Il costo invisibile di Shein

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13.01.2023

Ormai chiunque conosce il marchio cinese Shein. Fondato nel 2008 a Nanchino (Cina) da Chris Xu, è attualmente una superpotenza del fast fashion – vendita a prezzi contenuti di abiti e accessori non di alta qualità – e, come tanti competitor, si è ritrovato al centro di numerose polemiche per violazioni dei diritti umani, salute e sicurezza. Già nel 2020 Shein è stato il brand più discusso su TikTok e Youtube e il 4º brand più discusso su Instagram.

Come si dice? “Ogni pubblicità è buona pubblicità”? Nessuno lo sa meglio del colosso cinese, vediamo perché.

Il marchio di fast fashion più importante al mondo

Recentemente è diventato il marchio di fast fashion più importante nel mondo: la sua popolarità tra la Gen Z è impareggiabile, sono milioni – circa 27 – i ragazzi e le ragazze che seguono il marchio su Facebook, Instagram e TikTok e attualmente può vantare di essere l’app per lo shopping più popolare e scaricata al mondo. Un successo che viene certificato anche dai numeri in borsa: +9% solo negli USA nel 2022, l’unica azienda di fast fashion a incrementare le vendite nell’anno appena passato. La concorrenza negli anni è stata letteralmente sbaragliata: nel 2015 il titolo di Shein aveva un valore di 15 miliardi, nel 2021 di 47 e nel 2022 di 100! Per capire la portata di questi numeri: nel 2021 i principali marchi di fast fashion (H&M, Zara, Pull&Bear, Massimo Dutti, Bershka, Stradivarius, Oysho) valevano complessivamente 100 miliardi, quotazione rimasta pressoché invariata nel 2022. Significa che la valutazione di Shein è attualmente più alta di quella di tutti i principali competitor sommati assieme!

L’altra faccia della medaglia: l’insostenibilità ambientale

Primo punto: il fast fashion uccide l’ambiente (ne avevamo già parlato qui). Gli ultimi dati attribuirebbero a questo fenomeno almeno il 10% della responsabilità dell’emissione di gas serra e circa il 20% per l’inquinamento delle acque. Inoltre il concetto stesso di “moda veloce” indica un consumo superiore al necessario (secondo Greenvector “il 60% dei prodotti acquistati viene buttato nello stesso anno in cui viene comprato”). Una produzione il cui smaltimento diventa in breve tempo insostenibile: è così che interi villaggi nel Sud del mondo – dove solitamente vengono anche prodotti questi stessi vestiti – diventano discariche a cielo aperto.

Secondo punto: i materiali usati in fase di produzione sono tossici. Recentemente Greenpeace ha condotto un esperimento che ha dimostrato che “su 47 prodotti Shein acquistati in Italia, Austria, Germania, Spagna e Svizzera, il 15% hanno fatto registrare, nelle analisi di laboratorio, quantità di sostanze chimiche pericolose superiori ai livelli consentiti dalle leggi europee. In altri quindici prodotti (32%) le concentrazioni di queste sostanze si sono attestate a livelli preoccupanti”. In particolare nei capi sono state trovate tracce di nichel e formaldeide, noti per poter causare reazioni allergiche e in elevate quantità essere cancerogeni.

Lo sfruttamento dei lavoratori

Terzo punto: per regalarci queste deliziose t-shirt a 9,99€ vengono sfruttati decine di migliaia di lavoratori. Questo è ciò che mostra l’inchiesta Untold: Inside the Shein Machine condotta dalla reporter Iman Amrani e andata in onda sulla pay-per-view britannica. Amrani e colleghi sono riusciti a registrare – di nascosto ovviamente – l’interno di due fabbriche a Guangzhou che producono abiti e accessori per Shein: ciò che emerge è scioccante. Turni di lavoro da 17-18 ore, un giorno (di media) di riposo al mese, 4000 yuan mensili di retribuzione base (circa 540 euro) e il primo stipendio viene trattenuto dall’azienda. Addirittura in una delle due fabbriche si viene pagati al pezzo, circa 40 centesimi. Le telecamere nascoste di Untold riprendono persino operaie che, per mancanza di tempo, si lavano i capelli in fabbrica durante la pausa pranzo.

Non solo Shein. Altri marchi famosi spostano la loro produzione in altre aree come Pakistan, India o Africa, luoghi dove la sicurezza sul lavoro è inesistente, le norme igienico-sanitarie irrilevanti e in generale i diritti sul lavoro non esistono.

Purtroppo, la responsabilità è condivisa. Perché se il comportamento di certe multinazionali che continuano a fare profitti sulla pelle delle popolazioni più povere nel mondo è riprovevole, di certo anche tutti noi dovremmo farci un esame di coscienza in merito alle nostre scelte da consumatori. Perché scegliere un abito di scarsa qualità a un basso prezzo significa legittimare questo processo di produzione. Significa dire sì all’inquinamento senza freni, allo sfruttamento di migliaia di lavoratori, semplicemente significa dire sì a un modello che di sostenibile non ha niente. Tutti noi abbiamo il dovere di essere responsabili di fronte alle ingiustizie, alle disuguaglianze e alla crisi climatica.

Riccardo Imperiosi, Direttore Giovane Avanti!

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