LAVORO E MATERNITA’. NON SIAMO TUTTE BELEN

Young beautiful mother freelancer with two children working on a laptop. Freelance, work at home

A una settimana dalla nascita della sua bambina, Luna Marì, Belen è tornata a lavorare. Una notizia che ha fatto scalpore tra le donne, soprattutto. “Lavoro e maternità” è un binomio complicatissimo, uno degli argomenti più difficili da affrontare perché passa attraverso retaggi e pregiudizi, leggi inadeguate e situazioni lontane dalla realtà, soprattutto non uguali per tutte.

Se da un lato è da apprezzare l’esempio di una donna famosa come Belen, che lancia un messaggio sostanzialmente positivo di mamma lavoratrice a tempo pieno e non obbligata a scegliere tra carriera e figli, riuscendo a coordinare i due ambiti della vita, dall’altro apre la strada a interpretazioni piene di realtà diverse e complessità più diffuse e concrete.

Perché non siamo tutte Belen.

COSA DICE LA LEGGE

L’attuale legge sulla maternità obbligatoria dà diritto alle mamme lavoratrici a 5 mesi di astensione obbligatoria retribuita, con varie formule a seconda della situazione di salute della mamma:

  • 2 mesi prima del parto +  3 dopo il parto
  • 1 mese pre-parto + 4 post-parto
  • lavorare fino al giorno del parto e usufruire del congedo successivamente, occupandosi del neonato per  5 mesi.

Le ultime due opzioni sono strettamente legate allo stato di salute della mamma durante la gravidanza, escludendo e in un certo senso penalizzando chi si trova a dover anticipare la maternità per problemi di salute.

Le libere professioniste, invece, sia se iscritte a una cassa di previdenza, sia in regime di gestione separata hanno diritto all’indennità di maternità per il periodo di astensione obbligatoria, sempre con le stesse modalità e flessibilità e con retribuzioni e regolamenti definiti dalle varie casse di appartenenza.

L’esperienza e i desideri di ogni donna, le indicazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità, i suggerimenti di ginecologi e pediatri consigliano, però, di evitare di correre subito a lavoro, preferendo la cura del neonato e l’allattamento esclusivo almeno fino al sesto mese del bambino.

 

 

                

LAVORARE SUBITO DOPO IL PARTO SI PUO’? 

E allora, cosa è giusto? Rientrare subito in ufficio o sul luogo di lavoro o occuparsi del neonato garantendogli accudimento e tempo per adattarsi a questo mondo troppo veloce?

E’ veramente possibile scegliere? La decisione di Belen è esemplare: andando oltre i giudizi sull’opportunità di lavorare ad appena una settimana dal parto, si rincorrono sui social discussioni e commenti su come e quanto la disponibilità economica personale della showgirl consenta di portare con sé la neonata, in un ambiente adattato e adeguato in cui la mamma può prendersene cura e contemporaneamente lavorare.

Al di là delle scelte e delle situazioni personali, dunque, quello che emerge è che questo connubio tra lavoro e maternità non è a disposizione di tutte le donne, anzi non lo è quasi per nessuna. Non c’è possibilità di scelta, insomma: le più “fortunate” – ahimè – le donne cioè tutelate da un contratto di lavoro stabile che garantisce diritti – possono scegliere di accudire il proprio figlio fino al terzo mese e rientrare a lavoro, sborsando cifre non irrisorie e non a disposizione di tutti per nidi e/o babysitter, o di restare a casa fino all’anno del bambino rinunciando “solo” al 70% dello stipendio usufruendo della maternità facoltativa.

E i papà? A loro, è concessa un’astensione obbligatoria di 10 giorni e la possibilità di usufruire del congedo parentale alternativo alla mamma, sempre con una decurtazione del 70% dello stipendio.

Va da sé che, per una famiglia dalle “normali” capacità economiche, la scelta non esiste se non a fronte di sacrifici enormi da parte di tutti, persino del neonato, sia dal punto di vista economico, sia dal punto di vista psicologico.

LE INFRASTUTTURE SOCIALI, QUESTE SCONOSCIUTE. 

Anche quando il bimbo cresce, dopo l’anno di vita, insomma, le difficoltà non diminuiscono. I nidi sono costosi e sono pochi, non sono accessibili a tutti e hanno orari per lo più incompatibili con quelli di lavoro delle mamme.

I nidi aziendali che potrebbero consentire un adattamento ragionevole tra lavoro e cura dei figli, anelati da tutte le neomamme lavoratrici, sono una chimera. Appartengono a realtà che possono contarsi sulle dita di una mano.

Le babysitter spesso non sono formate e hanno un costo che non tutti possono permettersi. Del resto, nel 2019, 20.730 (il 35% sul totale) casi di dimissioni volontarie, secondo i dati dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro, sono imputate alla “difficoltà di conciliare l’occupazione lavorativa con le esigenze di cura della prole” dovuti essenzialmente all’assenza di parenti di supporto, alti costi di assistenza al neonato o mancato accoglimenti al nido (965 casi).

Che sia giusto o meno, in termini medici, psicologici e sociologici, distaccarsi dal neonato in così breve tempo, quella che possiamo registrare come grave arretratezza nelle politiche del lavoro e di sostegno alla famiglia in Italia è la mancanza di possibilità di vera scelta, causate da una sostanziale assenza di infrastrutture sociali adeguate. Un’ingiustizia sociale che va colmata in modo strutturale per poter conciliare lavoro e maternità.

Un primo passo è stato compiuto con l’introduzione – ancora tutta da verificare nella sua efficacia – dell’assegno unico universale per i figli minori. Tanta strada, però, è da fare, soprattutto nell’approccio sistemico alla questione.

Al momento, però, no, l’Italia non è un paese per mamme.

 

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