Il sindacato Workers United fa ricorso al National Labor Relations Board per comportamento antisindacale di Tesla

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22.02.2023

Nei decenni trascorsi e soprattutto dagli anni ’80 negli Stati Uniti è fortemente diminuita l’affiliazione ai sindacati. Eppure, da quando è scoppiata la pandemia da covid-19 sembra che qualcosa stia sensibilmente cambiando. 

La vittoria del sindacato in tre caffetterie Starbucks di Buffalo nell’agosto del 2021 ha generato una grandissima attenzione da parte dei media, quando ciò non si vedeva da decenni. 

Ora, sempre a Buffalo, città dello stato di New York dalle importanti tradizioni operaie (un pezzo di quella Rust Belt, la “cintura della ruggine”, un tempo il vero motore industriale d’America), si torna a lottare nello stabilimento di Tesla.

Un gruppo di lavoratori del reparto software della multinazionale americana ha inviato una comunicazione alla dirigenza, esprimendo la volontà di voler formare una rappresentanza sindacale nello stabilimento. È forse il caso di precisare che, secondo la normativa statunitense relativa alle relazioni industriali, il sindacato negli USA si costituisce ed esercita la sua azione contrattuale essenzialmente a livello di singolo stabilimento. 

Come molti sanno, Tesla – azienda specializzata nella produzione di auto elettriche, pannelli fotovoltaici e sistemi di stoccaggio energetico – è di proprietà di Elon Musk, non certo un discepolo di Adriano Olivetti in fatto di relazioni industriali. 

Musk, infatti, si è sempre caratterizzato per una forte opposizione ai sindacati. Ad agosto scorso, per esempio, Tesla si è vista dar torto dal National Labor Relations Board (NLRB), l’agenzia federale indipendente che si occupa di far rispettare il diritto del lavoro statunitense in relazione alla contrattazione collettiva e la concorrenza sleale. L’azienda voleva vietare ai dipendenti dello stabilimento di Fremont di indossare delle t-shirt con il simbolo della United Automobile Workers (UAW) durante una campagna per la sindacalizzazione.

Lo stesso Musk, in un’altra occasione, attraverso un tweet, aveva minacciato i lavoratori di Tesla di perdere le loro stock option se si fossero costituiti in sindacato. Anche in questo caso il National Labor Relations Board ha stabilito che Musk ha violato la legge federale sul lavoro, intimandogli di cancellare il tweet.

Ora, nello stabilimento di Buffalo, si cerca di costituire quello che potrebbe essere il primo sindacato in Tesla. A motivare i lavoratori non ci sarebbero solo le giuste rivendicazioni per un salario migliore, ma anche la ricerca di maggiori tutele riguardo la sicurezza sul posto di lavoro. I lavoratori si sentono troppo controllati e quando a Natale, per via di una tormenta, non sono riusciti ad arrivare sul posto di lavoro, l’azienda li ha “invitati” a coprire quelle assenze con giorni di ferie, malattia o ore di permesso retribuito. 

Intanto, alla Tesla di Buffalo sono scattati i licenziamenti.  Coincidenze? Ovviamente, per gli organizzatori sindacali assolutamente sì, vista la tempistica: appena 24 ore dopo la comunicazione dei lavoratori del reparto software ai vertici aziendali, in cui si esprimeva la volontà di avviare le procedure per costituire un sindacato. 

Sarebbero 27 i licenziati che, a detta dell’azienda, avrebbero perso il posto di lavoro per scarse performance. Di parere opposto invece il sindacato Tesla Workers United, che sottolinea anche come i lavoratori – evidentemente a fini intimidatori – avrebbero anche ricevuto una mail intorno alle 19 di mercoledì 15 febbraio, in cui li si aggiornava su una nuova politica aziendale che vietava loro di registrare le riunioni sul posto di lavoro senza il permesso di tutti i partecipanti. Ma la stessa TWU ha dichiarato che ciò violerebbe le leggi federali sul lavoro e non rispetterebbe la legge di New York sul consenso unilaterale alla registrazione delle conversazioni.

Inoltre, se ricorrentemente nel mese di marzo era capitato che Tesla licenziasse dei lavoratori per via di rimodulazioni del lavoro, un numero così alto non si era mai visto.

Il Rochester Regional Joint Board of Workers United ha presentato una denuncia contro Tesla al National Labor Relations Board, accusando l’azienda di pratiche sindacali scorrette. Il sindacato ritiene che Tesla “abbia licenziato queste persone come ritorsione per l’attività sindacale” e per scoraggiare ogni tipo di attività di proselitismo in azienda. Per prima cosa, a tutela dei lavoratori e della libertà sindacale, all’agenzia federale viene richiesto un provvedimento ingiuntivo “per prevenire la distruzione irreparabile dei diritti dei dipendenti derivante dalla condotta illegale di Tesla”.

Come sottolineato dal New York Times del 16 febbraio, la vicenda potrebbe avere anche delle ripercussioni che vanno oltre i conflitti del lavoro e riverberarsi sui rapporti tra Tesla e il presidente degli Stati Uniti J. Biden. 

Gli USA hanno varato un cospicuo piano di aiuti finanziari alle imprese di casa, che ovviamente interessa anche l’azienda di Elon Musk (secondo quanto riporta The Buffalo News del 15 febbraio, lo Stato contribuì con 950 milioni di dollari al finanziamento dell’impianto di Tesla in città). 

Ma Biden si è anche presentato come un difensore delle prerogative sindacali. Forse non a caso giovedì 16 febbraio – poco dopo l’inizio della vertenza di Buffalo – un portavoce della Casa Bianca dichiarava che “il Presidente sostiene i diritti fondamentali dei lavoratori ai sensi del National Relation Act, compreso il diritto di organizzarsi, liberi da intimidazioni e coercizioni”.

La vertenza si preannuncia dura e forse si giocherà su più livelli. Ma una cosa è certa: una riscossa sindacale negli Stati Uniti è un’ottima notizia, perché il sindacato garantisce quel pluralismo democratico che innalza le condizioni di lavoro e allo stesso tempo favorisce quella dialettica a volte aspra ma democratica, fondamentale alla vita di ogni democrazia. Compresa quella americana.

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