Perché la Direttiva sulla Due Diligence è un compromesso al ribasso

3' di lettura
Mi piace!
0%
Sono perplesso
0%
È triste
0%
Mi fa arrabbiare
0%
È fantastico!!!
0%

08.04.2024

Nel febbraio 2022, la Commissione Europea ha presentato una proposta per una nuova Direttiva relativa al dovere di diligenza delle imprese ai fini della sostenibilità, allo scopo di responsabilizzarle riguardo agli impatti sociali e ambientali della propria catena di approvvigionamento.

La Direttiva istituisce una serie di disposizioni vincolanti per le imprese, miranti a ridurre l’impatto negativo delle attività aziendali sui diritti umani e sull’ambiente lungo l’intera catena del valore.  Questi obblighi coinvolgono una vasta gamma di problematiche, tra cui il lavoro minorile, lo sfruttamento dei lavoratori, la schiavitù, la deforestazione, l’inquinamento, nonché i danni agli ecosistemi. A tal fine, le imprese di grandi dimensioni sono tenute a garantire che le proprie strategie aziendali siano coerenti con gli obiettivi di limitazione del riscaldamento globale a 1,5° stabiliti nell’Accordo di Parigi.

Perché l’Italia si era astenuta

Secondo la proposta iniziale della Commissione, sarebbero dovute rientrare nel campo di applicazione circa 13 mila società all’interno dell’UE e circa 4 mila società di Paesi terzi, a condizione che venissero raggiunte determinate soglie di dipendenti e fatturato. Nello specifico si tratterebbe di aziende con almeno 500 dipendenti e un fatturato uguale o superiore a 150 milioni di euro.

Tuttavia, il processo di negoziazione della Direttiva ha subito diversi ostacoli, con alcuni Paesi che hanno espresso preoccupazioni e resistenze riguardo ai requisiti proposti. Tra questi troviamo anche l’Italia, la quale ha deciso di astenersi in occasione della votazione del 28 febbraio presso il Coreper, fondamentale per l’approvazione della Direttiva.

Dopo mesi di faticosi negoziati, lo scorso 15 marzo i Paesi dell’Unione sono riusciti a trovare un accordo. Diversi governi, tra cui quello italiano, hanno deciso di sostenere la Direttiva, anche se a condizione di ridimensionarne enormemente la portata.

Il compromesso raggiunto infatti, è stato ottenuto a costo di modifiche significative al testo originale, portando ad innalzare le soglie per l’applicazione delle norme. Nello specifico, la Direttiva si applicherà solo alle imprese con più di mille dipendenti e che abbiamo un fatturato mondiale di almeno 450 milioni di euro. È evidente come la nuova proposta sia più debole, in quanto riguarderà un numero limitato di aziende: stando ad uno studio della CES, la platea si ridurrà a sole 7000 imprese. Inoltre, secondo quanto affermato dalla European Coalition for Corporate Justice, si applicherà a circa lo 0.05% delle aziende e delle attività commerciali europee che tipicamente comportano rischi per l’ambiente e i diritti umani.

Nuove regole comuni

Il compromesso raggiunto solleva preoccupazioni riguardo la reale portata ed efficacia della Direttiva nel promuovere la sostenibilità aziendale e nel proteggere l’ambiente e i diritti umani lungo le catene di approvvigionamento. Ma, nonostante ciò, la sua approvazione rappresenta un primo passo verso l’istituzione di regole comuni per ridurre i costi di dumping sociale e ambientale, e soprattutto per contrastare la concorrenza sleale delle grandi multinazionali a danno delle aziende che rispettano le regole.

L’adozione di una Direttiva sulla due diligence aziendale potrebbe fornire un incentivo importante per le imprese europee affinché adottino pratiche più responsabili, contribuendo così a costruire un’economia più equa e sostenibile per tutti.

Dipartimento Internazionale UIL

Articoli Correlati