L’impatto della crisi nel Mar Rosso sui porti italiani. La tutela dei lavoratori non venga mai meno

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23.01.2024

Solo due anni fa, quando ancora ci trovavamo a fare i conti con gli effetti del Covid, l’aggressione russa in Ucraina aveva portato l’Europa ad una profonda crisi economica ed energetica. L’instabilità geopolitica mondiale in questi due anni è aumentata, pensiamo al conflitto tra Hamas e Israele da cui deriva la più recente crisi del Mar Rosso, un’instabilità che sta mettendo in seria difficoltà i traffici marittimi mondiali.

Il Canale di Suez rappresenta la quarta via marittima più trafficata al mondo, nelle sue acque passa il 12% del commercio mondiale, parliamo di un valore di circa 1,2 trilioni di dollari l’anno. Un terzo del traffico mondiale di container, il 40% del commercio Asia-Europa, il 12% del petrolio mondiale trasportato via mare e l’8% del gas naturale liquefatto passano attraverso questa rotta.

La crisi del commercio marittimo mondiale

Questi pochi numeri rendono evidente la gravità delle conseguenze che sta avendo ed avrà la crisi in atto nel Mar Rosso sul commercio marittimo mondiale. E se guardiamo i dati italiani la situazione non si fa certo più confortante. Per il nostro Paese il 54% dei traffici commerciali è via nave, di cui il 40% tramite Suez. Su questa rotta transita una larga parte degli acquisti di beni dalla Cina e dalle altre economie dell’Asia orientale e dai paesi del golfo Persico, esportatori di materie prime energetiche, senza considerare l’alta percentuale delle importazioni italiane che riguardano la filiera della moda.

In questa situazione il costo dei noli, aumentato di quasi 5 volte passando da 2000 dollari a quasi 10.000 dollari rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, quello del carburante e delle assicurazioni ricadranno pesantemente sui consumatori andando ad incidere in maniera rilevante sull’inflazione, in un momento in cui il costo della vita è già a livelli preoccupanti.

Cambio di rotta

Le compagnie armatoriali, per non mettere in pericolo le proprie navi e i loro equipaggi hanno deciso di cambiare le rotte effettuando il periplo dell’Africa, una decisione necessaria vista la pericolosità delle acque a largo delle coste Yemenite, ma che oltre ad aumentare i giorni di navigazione potrebbe portare ad un’emarginazione di alcuni porti italiani. Il primo segno evidente della crisi di Suez sulle nostre coste è infatti il calo delle attività sulle banchine dei porti di Genova, La Spezia, Trieste, ai quali si aggiunge il porto di Gioia Tauro, penalizzato rispetto ai porti del Nord Africa, dalla direttiva europea Ets per la decarbonizzazione.

Il sistema portuale italiano già in passato ha affrontato momenti molto difficili, pensiamo ad esempio al Covid, dimostrando tutta la sua resilienza, ma nello scenario attuale il Governo e le Istituzioni devono fare la loro parte per mettere al sicuro un pezzo fondamentale dell’economia del nostro Paese e per farlo è indispensabile non lasciare indietro il lavoro.

Le richieste della UIL

Abbiamo chiesto al Governo di prorogare il sostegno previsto dal comma 199 della vecchia legge per gli aiuti Covid per dare un sostegno economico alle compagnie portuali e garantire l’operatività delle compagnie, ma anche di rivedere il periodo di finanziamento delle agenzie del lavoro portuale, previsto ora dalla Legge di Bilancio per soli 3 mesi, che rischia di lasciare i lavoratori dei porti di Taranto e Gioia Tauro senza sostentamento.

Ma sono molte altre le iniziative da intraprendere anche per il medio e lungo periodo, soprattutto ora che il Ministero delle Infrastrutture e Trasporti ha deciso di mettere mano alla riforma dei porti. Una riforma che secondo noi deve servire ad aggiornare e migliorare i punti deboli di un sistema che ha dimostrato di funzionare e di poter garantire al mondo portuale italiano di resistere a momenti di crisi. Bisogna preservare la natura pubblicistica delle autorità di sistema portuale in un quadro di regole che tuteli il lavoro portuale e lo sviluppo equilibrato delle aziende. È necessario che si sviluppi una vision di sistema paese nella quale il Ministero delle Infrastrutture e Trasporti svolga un ruolo di pianificazione, indirizzo e controllo affinchè non si realizzino posizioni dominanti che possano pregiudicare lo sviluppo del sistema portuale italiano nel suo complesso.

Investire sui lavoratori portuali

Lo sviluppo dei porti passa soprattutto dai lavoratori portuali, sui quali troppo spesso ci si dimentica di investire attraverso una formazione adeguata e misure di sostegno all’esodo. Continuiamo ormai da tempo a chiedere che venga concretizzata la norma che prevede l’istituzione del fondo per l’anticipo pensionistico dei portuali, un fondo che, dopo quasi due anni dalla norma che ne prevede l’istituzione è ancora lettera morta a causa di un percorso burocratico rallentato. Nei porti questa è una questione rilavante anche per la salute e sicurezza perchè parliamo di luoghi ad alto rischio infortuni ed incidenti, e per i suoi lavoratori andrebbe riconosciuto il lavoro usurante.

Il funzionamento e la continuità dei sistemi di trasporto rappresentano un pilastro portante per la crescita economica del nostro Paese, ma non può esserci davvero crescita se non mettiamo al centro lo sviluppo sociale e il buon lavoro.

Uil Trasporti Nazionale

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