Periferie, disagio sociale e partecipazione politica

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La costante flessione del tasso di partecipazione elettorale e la conseguente riduzione sostanziale del valore della delega, sono questioni sempre più centrali nella riflessione sullo stato di salute della democrazia rappresentativa nel nostro Paese così come, più in generale, in tutte le principali economie avanzate. 

Tale fenomeno, che ha molto animato negli ultimi decenni il dibattito tra gli scienziati politici, è attribuibile ad un ampio insieme di concause che, al di là degli effetti diretti dei diversi sistemi elettorali e dei condizionamenti legati a specifiche situazioni locali, rimandano sia ad un tema più generale di sfiducia sia a diversi altri aspetti, quali la perdita di credibilità e autorevolezza della classe politica, la ridotta capacità di mobilitazione espressa dai partiti, la tendenza a privilegiare gli appuntamenti elettorali ritenuti di maggiore rilevanza o il riconoscimento del valore assertivo del non voto. 

Una ulteriore e forse ancora insufficientemente esplorata ragione del crescente astensionismo riguarda inoltre la forte somiglianza dell’offerta politico-amministrativa dei diversi schieramenti percepita dagli elettori, i quali inoltre riescono sempre meno ad inquadrare le alternative ed i possibili effetti di cambiamento sulla propria condizione generati dalla vittoria dei singoli candidati e/o delle liste o delle coalizioni che li sostengono. 

L’osservazione dei dati evidenzia come la partecipazione alle elezioni politiche tra il 2006 e il 2018 sia costantemente diminuita, passando dall’84,2% al 72,9%, mentre analoghi andamenti hanno riguardato la scansione dei diversi appuntamenti per le elezioni amministrative (regionali e comunali). In particolare nelle ultime elezioni comunali, tenutesi a ottobre 2021, che hanno interessato 1432 Comuni di cui 20 capoluoghi, l’affluenza definitiva registrata dal Viminale ha visto la partecipazione degli elettori fermarsi al 54,7%, con un calo di quasi 7 punti rispetto al 61,6% rilevato nel 2016. 

Un crollo significativo della partecipazione si è registrato nelle grandi aree urbane, in particolare a Roma, Torino, Milano e Napoli (i primi quattro Comuni italiani per popolazione residente); in nessuno di questi, infatti, l’affluenza ha superato il 50% degli aventi diritto al primo turno, quando è massima l’offerta politica messa in campo dai partiti. A Torino la partecipazione è risultata pari al 48,1% (57,2% nel 2016), a Milano al 47,6% (54,6% del 2016), a Napoli al 47,2% (54,1% nel 2016) e infine a Roma l’affluenza definitiva alle comunali è stata pari ad appena il 48,8%, con un calo di ben otto punti rispetto al 2016 (quado si era attestata sul 57%). Proprio per questa forte caratterizzazione metropolitana dell’astensionismo ci si è dunque tornati a interrogare sul tema del rapporto tra partecipazione e periferie, dove di fatto risiede la quota di rilevante dei cittadini-elettori.  

Occorre specificare preliminarmente che quando si parla di “centro” e “periferia” non ci si riferisce al dato puramente geografico della distanza ma bensì alla condizione socio-economica delle diverse segmentazioni territoriali (municipi, quartieri, zone di censimento): una periferia in questo senso può benissimo essere nel pieno del centro geografico della città o, viceversa, una porzione urbana con condizioni socio economiche molto favorevoli può trovarsi nelle zone più esterne di una città (si pensi, al riguardo, alle colline torinesi). 

Il consolidamento della tendenza al non voto da parte dei residenti delle periferie rappresenta in una duplice direzione un notevole problema per la solidità del sistema rappresentativo: da un lato, infatti, una prolungata e crescente assenza dal voto da parte delle aree più disagiate delle città può comportare una mancata trasmissione delle istanze ed una sotto-rappresentazione degli interessi dei più deboli, dall’altro si possono generare effetti a catena sulla quantità delle risorse e sulla qualità delle politiche pubbliche destinate alle periferie.  

Anche nel corso delle ultime elezioni amministrative questa progressiva tendenza astensionistica trova particolare riscontro nei quartieri che, sotto il profilo economico e sociale, registrano maggiori criticità: ad esempio a Torino, la Circoscrizione 1, che comprende il Centro e Crocetta, ha raccolto il 51,5% degli aventi diritto, mentre un crollo della partecipazione si è registrato nelle due Circoscrizioni i cui insistono le aree con il più alto disagio sociale; nelle Circoscrizione 5 (Borgo Vittoria, Madonna di Campagna, Lucento, Vallette) la partecipazione si è infatti attestata al 43% (rispetto al 56% delle precedenti elezioni), mentre nella 6 (Barriera di Milano, Falchera, Rebaudengo) è passata dal 55% al 42%.

Analogamente a Napoli si è registrata una partecipazione del 54,5% nelle aree più benestanti del Vomero e dell’Arenella, mentre nella Municipalità con Miano e Secondigliano si è fermata al 42,6%. 

Infine a Roma (Tabella 1) osservando i dati relativi all’astensionismo elettorale nei quindici Municipi della Città di Roma e incrociandoli con i valori dell’Indice di Disagio Sociale (IDS) utilizzato dai ricercatori di Mapparoma, si nota una stretta correlazione tra i due valori: in tutti i Municipi che presentano complessivamente il più alto indice di disagio sociale la maggioranza degli aventi diritto ha disertato le urne già al primo turno, mentre la maggiore partecipazione si è rilevata nel Il Municipio II (56,7%), dove appunto l’indice di disagio assume i valori migliori.

 

Tabella 1 – Raffronto tra l’affluenza alle urne al 1° turno delle elezioni comunali di Roma del 2011 e l’indice di disagio sociale per municipio

 

Municipio Affluenza 1° turno elezioni 2021 Indice di disagio sociale
I – Centro Storico 49,4 -3,0
II – Parioli/Nomentano 56,7 -4,4
III – Monte Sacro 51,7 -0,4
IV – Tiburtino 49,8 2,0
V – Prenestino/Centocelle 47,8 2,5
VI – Roma delle Torri 42,9 3,9
VII – Appio-Latino/Tuscolano 50,1 -0,4
VIII – Appia Antica 50,5 -1,6
IX – Eur 50,4 -2,4
X – Ostia/Acilia 46,8 0,8
XI – Arvalia/Portuense 46,8 1,3
XII – Monte Verde 49,8 -1,2
XIII – Aurelio 48,3 0,5
XIV – Monte Mario 46,9 0,4
XV – Milvio 45,6 -1,2
 Totale 48,8 0,0
Indice di correlazione tra Indice di Disagio Sociale e partecipazione al voto: 0,73

Elaborazioni EURES su dati Comune di Roma e Mapparoma

 

Tale risultato trova una ancora più netta conferma osservando i dati relativi alle singole zone urbanistiche della città: in 38 delle 69 zone urbanistiche dove è stato misurato un elevato indice di disagio sociale, l’affluenza alle urne è stata infatti inferiore al 50%, mentre soltanto 8 hanno registrato una partecipazione al voto superiore al 55%; considerando, invece, le 71 zone urbanistiche residenziali che vantano migliori condizioni socio-economiche si segnala una condizione sostanzialmente opposta: sono infatti soltanto 5 i quartieri che registrano un’affluenza alle urne inferiore al 50%, a fronte di ben 46 che vantano una partecipazione al voto superiore al 55%.  

 

Tabella 2 – % di affluenza al voto per zone urbanistiche di Roma

 

Zone

Urbanistiche 

Residenziali

Partecipazione 

< 50%

Partecipazione 

> 50%

Partecipazione >55%
Indice di disagio sociale > 0  69 38 31 8
Indice di disagio sociale < 0 71 5 66 46
Totale 140 43 97 54

Elaborazioni EURES su dati Comune di Roma e Mapparoma

 

Per ovviare a questa pericolosa tendenza, non è più sufficiente rilanciare lo slogan “ripartire dalle periferie” che troppo spesso risulta essere soltanto uno strumento elettoralistico. È invece necessario agire per mettere le periferie al centro dell’intervento pubblico, della rigenerazione urbana e dell’intervento sociale. Non è più sufficiente cercare di impegnarsi affinché chi vive in periferia possa raggiungere più velocemente il centro, ma realizzare nuovi centri e nuovi attrattori distribuiti su tutto il territorio urbano. Occorre ascoltare, intercettare e valorizzare il grande potenziale di partecipazione e volontà di trasformazione presente nella periferia, la ricchezza del suo capitale sociale. Occorre avviare un dialogo tra le istituzioni, i corpi intermedi, i cittadini ed i “nuovi mediatori” che negli ultimi anni sono riusciti a porre in essere processi partecipati e di innovazione sociale. Attraverso tale dialogo e integrazione le “sperimentazioni” locali possono emanciparsi da una dimensione periferica mentre i corpi intermedi “tradizionali” possono recuperare una maggiore capacità di ascolto, di riconoscimento e di interlocuzione necessaria a sostenere una crescita complessiva della qualità dei processi democratici in tutti i territori del nostro Paese.  

Fabio Piacenti – Presidente Istituto EURES
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