Giovani, le difficoltà del presente e il futuro che non arriva mai

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07.11.2025

Tante ombre e poche luci nell’ultimo rapporto Eures e nei dati Istat

C’è un dato che taglia il fiato: oltre la metà dei giovani lavoratori italiani tra i 15 ed i 34 anni porta a casa meno di mille euro netti al mese e solo il 10% di loro arriva a 1400€. A questo si aggiunge una precarietà ormai strutturale – i contratti a termine riguardano il 62,4% dei 15-34enni ed oltre l’80% dei 15-24enni – e una disoccupazione giovanile ancora forte; peggio di noi in Europa solo Grecia e Serbia, con un divario di oltre 15 punti percentuali nella fascia 15-24 anni.

Si capisce perché questa generazione non può certo costruire il presente, né tantomeno il futuro. Il problema è nel sistema: lavoro nero che resiste, salari poveri, insicurezza diffusa, transizioni lente (quando ci sono) verso la stabilità. Possiamo continuare a raccontarci che “i ragazzi non vogliono fare sacrifici”, che “sono pigri” e “sdraiati”, oppure guardare in faccia la realtà: senza opportunità reali, i talenti si spengono o partono. E quando un talento parte, è il Paese che perde. Basti pensare a come neanche più l’istruzione universitaria sia una garanzia di accesso al mondo del lavoro: solo il 58% dei laureati tra i 25 ed i 34 anni è occupato, con un terzo di loro che svolge una mansione per cui è sovraqualificato.

Il problema dell’accesso nel mondo del lavoro ed i Neet

In Europa, il tasso medio di occupazione giovanile sfiora il 58% e in molti Paesi la porta d’ingresso è solida: sistemi duali che uniscono aula e impresa, apprendistati retribuiti, politiche attive stabili, salari capaci di garantire autonomia. Il risultato è semplice: la transizione tra il mondo scolastico e quello del lavoro funziona e i giovani non restano sospesi per anni. L’Italia, invece, arranca: seconda in UE per incidenza dei Neet (dietro alla sola Romania) ed ai primi posti per forme atipiche e temporanee.

Su questi numeri è necessaria un’ulteriore considerazione: recenti dati del CNG ci dicono che 9 Neet su 10 nelle aree urbane lavorano a nero. Primo punto: si sottostima enormemente l’impatto del lavoro irregolare su queste fasce di popolazione, sovrastimando invece la quota degli inattivi, dipingendo un quadro diverso dalla realtà, una generazione come “svogliata”. Secondo punto: l’inattività cresce di più tra i giovani 25-34 anni e tra le donne, mentre rimane forte e stagnante tra i 15 ed i 24 anni. Chiaro segno del ragionamento fatto poco fa.

Aumenta l’occupazione, ma non per i giovani

L’occupazione complessiva cresce su base annua, ma la spinta non arriva ai più giovani: avanzano i contratti stabili soprattutto tra gli over 35, mentre i 15-34enni arretrano. Part-time involontario per quasi un giovane su quattro, sovraqualificazione intorno a un terzo dei laureati 25-34enni, mismatch tra ciò che le imprese cercano e ciò che la scuola produce. E intanto la fuga di cervelli svuota il presente e ipoteca il domani: centinaia di migliaia di under 35 negli ultimi anni hanno scelto altre economie per carriere, stabilità, retribuzioni. È un doppio danno: investiamo nella formazione, perdiamo contributi e innovazione oggi, sostenibilità pensionistica domani.

La fotografia è nitida: senza riformare l’ingresso al lavoro, l’Italia rischia di rimanere un Paese dove si invecchia lavorando, ma non si inizia mai davvero. E non bastano i bonus a scadenza ma servono corridoi strutturali di accesso al lavoro buono.

Quali soluzioni?

Se vogliamo opportunità vere, bisogna toccare i nervi scoperti. Primo: salari. Un lavoro che non emancipa non è un lavoro; servono trattamenti economici adeguati, rinnovi contrattuali rapidi, maggiore utilizzo della contrattazione integrativa. Secondo: qualità e sicurezza. Lotta senza sconti al lavoro nero e grigio, filiere trasparenti, più ispettori, ispezioni efficaci, formazione obbligatoria su salute e sicurezza. Terzo: mismatch. Un grande piano di orientamento già dalla scuola secondaria, PCTO veri e apprendistato professionalizzante come porta principale, non laterale. Quarto: ITS potenziati per numeri, sedi, docenze dal mondo produttivo e laboratori; percorsi brevi, tecnici, occupabili, con placement tracciato. Quinto: politiche attive stabili e valutate; profilazione, bilanci di competenze, formazione continua e ben finanziata, servizi per l’impiego che misurano gli esiti, non le pratiche. Sesto: diritto all’abitare per l’autonomia giovanile; canoni calmierati, residenze, garanzie per l’accesso al credito a chi ha contratti stabili.

Senza indipendenza economica e stabilità contrattuale non può esserci una vera indipendenza abitativa ed uno stimolo alla natalità. Se non diamo ai giovani la possibilità di costruire il presente, il futuro non arriverà mai. I giovani non cercano sconti, chiedono chance vere. E un Paese che le offre accende il proprio futuro.

Riccardo Imperiosi, Coordinatore UIL Giovani Toscana

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