Capitale e responsabilità. Le nuove generazioni alla prova della finanza sostenibile

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25.03.2026

Negli ultimi anni qualcosa si è spostato dentro il sistema finanziario globale. Non si tratta solo di nuove tecnologie o di nuovi strumenti digitali, piuttosto di un cambio di mentalità generazionale.

Secondo uno studio della Banca d’Italia, il mercato globale della finanza sostenibile ha raggiunto nel 2023 i 5,4 trilioni di dollari, con una crescita annua prevista del 22% fino al 2032. A guidare questa trasformazione sono soprattutto Millennials e Gen Z. Oggi oltre il 50% di loro gestisce attivamente investimenti finanziari; l’86% della Gen Z è consapevole degli effetti degli investimenti sul clima e solo il 35% dichiara di privilegiare esclusivamente il rendimento economico. È un dato che segna un cambio di paradigma: il profitto, da solo, non basta più.

Non siamo davanti a una moda, ma a una ridefinizione del rapporto tra capitale e responsabilità. La finanza sostenibile – e in particolare il segmento emergente del Fintech for Good – prova a coniugare innovazione tecnologica, obiettivi ambientali e sociali, in linea con gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delineati dalle Nazioni Unite.

I numeri dimostrano tale trend: circa il 15% dei progetti fintech osservati nel primo semestre 2024 rientra nella categoria F4G, con una concentrazione nei settori del digital banking (24%), dei pagamenti (20%) e degli investimenti (19%). L’ecosistema sta crescendo, spinto non solo dalla regolazione europea e internazionale, ma dalla pressione culturale di una generazione che pretende coerenza.

Ma chi governa queste trasformazioni?

A questo punto la questione centrale è capire chi governa questa trasformazione e con quali regole. Il rischio di greenwashing è concreto: non tutte le iniziative che si dichiarano sostenibili producono impatti misurabili e verificabili. Al contrario, senza trasparenza, senza criteri rigorosi e senza controllo pubblico, la sostenibilità può diventare un’etichetta utile solo a migliorare il posizionamento di mercato. Per questo la transizione finanziaria non può essere lasciata alla sola autoregolazione del mercato.

La connessione tra finanza, lavoro e democrazia economica

Qui entra in gioco una questione centrale per il sindacato: la connessione tra finanza, lavoro e democrazia economica. La scelta di orientare capitali verso investimenti ESG significa decidere quali imprese crescono, quali settori si sviluppano, quali modelli produttivi vengono premiati. Significa incidere sulla qualità dell’occupazione, sulla sicurezza, sui diritti, sulla coerenza tra transizione ecologica e giustizia sociale. Significa rispondere alla domanda “chi paga la transizione?”. Una finanza realmente sostenibile deve sostenere anche il lavoro dignitoso, la contrattazione collettiva, la stabilità occupazionale.

Il messaggio dei giovani

Millennials e Gen Z stanno lanciando un messaggio chiaro: non vogliono solo rendimento, vogliono impatto, non cercano semplicemente un dividendo, ma una direzione. Questo orientamento non nasce dal nulla. È figlio della cosiddetta generazione della “permacrisi”, cresciuta tra crisi finanziarie, pandemia, instabilità geopolitica e emergenza climatica. È una generazione che ha visto gli effetti delle scelte economiche sbagliate e che oggi chiede un’inversione di tendenza, a maggior ragione in un momento storico come questo dove l’instabilità si fa sempre più forte. La tecnologia – dai big data all’intelligenza artificiale fino alla blockchain – può aiutare a misurare meglio l’impatto e a includere milioni di persone prima escluse dai servizi finanziari. Ma la tecnologia non è neutrale: dipende da come viene regolata e da quali obiettivi le vengono assegnati.

Ridefinire il significato stesso di crescita

Per noi il tema non è scegliere tra crescita e sostenibilità, ma ridefinire il significato stesso di crescita. Se il capitale si orienta verso modelli produttivi più responsabili, allora deve farlo in modo trasparente, verificabile e socialmente equo. La finanza non può restare un ambito separato dall’economia reale e dal lavoro. Deve tornare a essere uno strumento al servizio delle persone, non un fine in sé.

La trasformazione in atto dimostra che le nuove generazioni non sono indifferenti, né disinteressate alla dimensione economica. Al contrario, la stanno reinterpretando. E questa reinterpretazione chiama in causa anche noi, come organizzazione sindacale, nel difendere un principio semplice ma decisivo: la sostenibilità senza diritti è solo marketing, i diritti senza sostenibilità sono fragili. Se vogliamo un futuro credibile, dobbiamo pretendere entrambi.

La finanza sta cambiando perché sta cambiando la coscienza di chi la utilizza. La sfida ora è fare in modo che questo cambiamento trasformi davvero il sistema.

Riccardo Imperiosi, Coordinatore UIL Giovani Toscana

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