Quando il problema non è partire ma non poter restare
07.05.2026
Gli italiani, soprattutto i giovani, se ne vanno. Non è una percezione, è un fatto. Ma per capirlo davvero bisogna distinguere: c’è chi lascia l’Italia per andare all’estero e chi, invece, si sposta all’interno del Paese, soprattutto dal Sud verso il Nord. Due traiettorie distinte, ma che raccontano la stessa cosa: una difficoltà strutturale a costruire il proprio futuro dove si è nati e formati.
Negli ultimi anni si è affermato un racconto rassicurante: partire sarebbe una scelta, il segno di una generazione aperta, europea, mobile. Ma i dati raccontano altro. Tra il 2011 e il 2024 sono stati 630.000 i giovani italiani emigrati all’estero. Non è una tendenza passeggera, è una direzione precisa. Quando una generazione intera prende la stessa strada, non siamo davanti a una semplice somma di decisioni individuali: siamo davanti a un Paese che non riesce a trattenere le proprie energie migliori. Non è mobilità diffusa, è carenza di alternative.
La verità dietro il racconto degli expat
Chi lascia il Paese lo fa con determinazione, ma quasi mai senza pagare un prezzo. Altro che narrazione patinata dell’expat. Le esperienze parlano di stanze condivise, lavori multipli, precarietà diffusa anche nei contesti più dinamici. In Danimarca gli studenti accedono a sussidi pubblici, ma devono lavorare almeno 40 ore al mese; a New York si possono pagare affitti fino a 4.200 dollari al mese, spesso dividendo gli spazi e comprimendo ogni margine di sicurezza. Non è un percorso privilegiato, è una continua ricerca di equilibrio. È una generazione che si adatta, che accumula competenze, che si muove rapidamente perché non può permettersi di restare ferma. E sia chiaro: la mobilità è un valore, l’esperienza internazionale è una risorsa. Ma diventa un problema quando non è più una scelta reale. Quando le condizioni di partenza sono insufficienti, partire non è una possibilità tra le altre: è l’unica strada praticabile. Non è libertà, è necessità.
Il divario interno che svuota il futuro
Accanto a chi va all’estero, c’è chi si sposta dentro i confini nazionali. Negli ultimi dieci anni quasi mezzo milione di giovani tra i 20 e i 34 anni ha lasciato il Mezzogiorno, e il 43% di questi è laureato. Non è solo mobilità geografica: è un trasferimento netto di competenze e opportunità.
Il dato economico è impressionante: 148 miliardi di euro trasferiti dal Sud al Nord, a cui si aggiunge il costo dell’emigrazione internazionale, stimato in circa 160 miliardi di euro.
Due dinamiche diverse, ma un unico esito: uno squilibrio crescente. Il mercato del lavoro lo rende evidente: oltre 23 euro l’ora per un laureato a Milano, contro i 16 euro di Napoli. Non sorprende, allora, che solo il 16,2% dei laureati lavori nel Mezzogiorno. Questo non è un sistema che distribuisce opportunità, è un sistema che le concentra. Non è circolazione di talenti: è drenaggio continuo. Non stiamo valorizzando il capitale umano, lo stiamo spostando dove conviene di più.
Restare deve tornare a essere una scelta
Continuare a raccontare tutto questo come una semplice storia di opportunità significa ignorare il problema. La libertà di partire è un valore, ma solo quando è accompagnata dalla possibilità di restare. Il problema non è andare via, è non poter scegliere di restare. E questa non è una responsabilità individuale: è una responsabilità politica precisa. Servono salari adeguati, lavoro stabile, politiche industriali che creino occupazione di qualità. Servono investimenti nelle università, nella ricerca, nei servizi, nelle infrastrutture sociali. Serve rimettere al centro il lavoro, non la precarietà. Perché un Paese che forma i propri giovani e poi li perde è un Paese che si impoverisce ogni giorno. La sfida non è trattenere le persone contro la loro volontà, ma costruire le condizioni perché restare – o tornare – sia una scelta concreta, dignitosa e possibile. Finché partire resterà una necessità e non un’opportunità, non potremo parlare di libertà, ma di rinuncia.
Riccardo Imperiosi, Coordinatore UIL Giovani Toscana
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