L’educazione finanziaria che da consapevolezza e libertà alle nuove generazioni

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12.03.2026

In un mondo sempre più dominato dalle logiche finanziarie ad ogni livello, c’è un dato che dovrebbe interrogarci più di altri: secondo l’ultima rilevazione OCSE-PISA 2022, i quindicenni italiani possiedono un grado di alfabetizzazione finanziaria inferiore alla media OCSE, 484 punti contro 498. Solo il 5% raggiunge i livelli più alti di competenza, contro una media internazionale dell’11%, mentre il 18% non arriva alla soglia minima necessaria per affrontare situazioni finanziarie di base.

Viviamo in un contesto in cui il rapporto con il denaro è diventato immediato, digitale, apparentemente semplice. Pagamenti contactless, microtransazioni quotidiane, strumenti “Buy now pay later”, abbonamenti per ogni tipo di servizio e piattaforme di investimento accessibili con pochi clic. La Banca d’Italia segnala che il 30% degli under 24 utilizza già diverse piattaforme d’investimento, spesso accedendo a strumenti complessi e rischiosi senza una piena consapevolezza delle implicazioni. La tecnologia ha abbattuto le barriere di ingresso, ma non ha costruito le competenze necessarie per attraversarle.

La tecnologia ha abbattuto le barriere di ingresso, ma non ha costruito le competenze necessarie per attraversarle

Per i giovani l’ingresso nel mondo del lavoro è sempre più complesso e precario, i contratti applicati sono spesso poco dignitosi con salari bassi e part time involontari, le pensioni irraggiungibili. A questo si aggiunge l’intelligenza artificiale che rischia di sostituire milioni di posti di lavoro ed un mondo letteralmente in fiamme, che sta modificando l’ordine globale affermatosi alla fine della guerra fredda. Il margine d’errore da un punto di vista economico-finanziario, in un quadro sempre più incerto come questo, è infinitesimale: in alternativa, non esiste il raggiungimento dell’autonomia tanto sognato dalle nuove generazioni. Purtroppo, tale alternativa – da evitare con decisione – avrebbe un enorme peso intergenerazionale: in poche parole, ne risentirebbe tutto il Paese, non solo i diretti interessati. Quando un fenomeno riguarda un’intera generazione, viene da chiedersi quale possa essere lo scenario peggiore: milioni di giovani in difficoltà economica, che non riescono a raggiungere l’autonomia per uscire di casa, provocherebbero la definitiva crisi del mercato interno ed un enorme rischio per interi settori, da quello immobiliare a quello dei servizi.

Uno strumento di autonomia

In questo scenario, l’educazione finanziaria non può essere letta come un accessorio del curriculum scolastico o come una competenza tecnica destinata a pochi. Deve essere considerata per ciò che è realmente: uno strumento di autonomia a portata di mano di tutti e tutte. Parlare di risparmio, investimento, rischio, pianificazione significa offrire ai giovani la possibilità di comprendere le conseguenze delle proprie scelte, di distinguere tra opportunità e illusione, tra consumo immediato e progettualità di lungo periodo. Significa rafforzare la capacità di decidere e di mettersi al riparo – perlomeno tentare – dalle crisi di domani.

L’economia, nel suo significato più autentico, riguarda l’organizzazione responsabile delle risorse. Non è culto del profitto, ma ricerca di equilibrio. Quando questo equilibrio manca, il rischio è che le scelte vengano guidate dall’impulso, dall’emotività o dall’asimmetria informativa. In un ecosistema dominato da algoritmi, pubblicità personalizzate – soprattutto sui social, dove le vittime di truffe ed investimenti rischiosi presentati come sicuri sono migliaia – e strumenti finanziari sempre più sofisticati, la consapevolezza diventa una forma di tutela. Senza competenze adeguate, l’accesso alla finanza può trasformarsi da opportunità a vulnerabilità.

Investire nella cittadinanza economica

Promuovere l’educazione finanziaria significa allora investire nella cittadinanza economica. Non si tratta di insegnare a “fare soldi”, ma di imparare a gestirli con responsabilità. Non si tratta di spingere al rischio, ma di comprendere cosa significhi assumerlo. La differenza è sostanziale. Un giovane che comprende il funzionamento di un tasso di interesse, di un piano di ammortamento o di un investimento non è semplicemente più preparato: è più libero. Perché può scegliere con cognizione di causa.

I dati OCSE e quelli della Banca d’Italia mostrano una contraddizione evidente: aumenta l’accesso agli strumenti finanziari, ma non cresce con la stessa intensità la preparazione per utilizzarli. Questo scarto produce diseguaglianze: chi dispone di competenze familiari o contesti favorevoli parte avvantaggiato; chi non le ha rischia di accumulare errori, debiti, frustrazione. L’educazione finanziaria, se diffusa e strutturale, può ridurre questo divario emancipando chi rimane indietro.

Come sottolineato precedentemente, non è un tema ideologico, è una questione di responsabilità collettiva. Scuola, istituzioni, famiglie e corpi intermedi devono contribuire a costruire un rapporto sano con il denaro. Un rapporto che non lo demonizzi ma nemmeno lo assolutizzi. Che riconosca nel denaro uno strumento e non un fine. In questo senso, parlare di educazione economica significa parlare di equilibrio, misura, capacità di valutare il lungo periodo. Qualità che non appartengono solo al mercato, ma alla formazione della persona e pertanto anche all’inserimento nel mondo del lavoro.

Le nuove generazioni vivono immerse in una dimensione economica continua: abbonamenti digitali, rateizzazioni, criptovalute, trading online. Fingere che tutto questo non esista o limitarci a un approccio sporadico sarebbe miope. Serve invece un investimento culturale stabile, capace di accompagnare i giovani nella comprensione dei meccanismi che influenzano il loro presente e il loro futuro. Perché senza consapevolezza economica non esiste vera autonomia. E senza autonomia non esiste cittadinanza piena. Educare all’economia significa, in definitiva, educare alla responsabilità.

Riccardo Imperiosi, Coordinatore UIL Giovani Toscana

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