Dalle emoticon alle emoji: Storia di un vocabolario visivo

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19.09.2022

Le emoji. Chi di noi non si trova ad usarle quotidianamente? Pensare che quarant’anni fa, il 19 settembre 1982, la prima emoticon – gli “antenati” delle emoji – fu inventata per caso da un professore di informatica statunitense della Carnegie Mellon University di Pittsburgh, Scott Fahlman: in un dialogo con i colleghi su una sorta di forum universitario, per far capire agli altri il tono scherzoso di alcune delle sue dichiarazioni, inserì i due punti seguiti dal trattino e la parentesi tonda chiusa, ovvero la prima emoticon dello smile! 🙂

Emoticon ed emoji

Dicevamo che le emoticon sono in qualche modo antenati delle emoji. Esse sono semplicemente dei glifi digitati su una tastiera che mimano alcuni segni ed espressioni, come i due punti e la parentesi tonda chiusa per uno smile o i due punti e la parentesi tonda aperta per una faccia triste. Qualcuno di noi ricorda quanto fossero in voga ai tempi degli SMS.

Le emoji invece sono immagini e simboli realistici, renderizzati sui nostri dispositivi. Per intenderci sono le faccette gialle (e non solo) che siamo abituati a vedere sullo smartphone, la cui introduzione è datata molto più tardi rispetto alle emoticon.

La storia

L’invenzione delle emoji viene spesso attribuita all’impiegato giapponese Shigetaka Kurita, un membro del team che si occupava della piattaforma i-mode della NTT DoCoMo, che nel 1999 fece un set composto di 172 emoji da 12×12 pixel. In realtà il primo set di emoji fu creato nel 1997 dall’operatore telefonico giapponese J-Phone, una compagnia di Vodafone Japan. Ma è solo nel 2008 che le emoji iniziano il loro percorso di internazionalizzazione, quando Apple, visto il successo in terra nipponica, decide di implementarle nel software a partire dalla versione di iOS 2.2., rendendole però visibili solo nei modelli giapponesi, “nascondendole” negli altri paesi. Poco male per gli appassionati statunitensi (bastava solo installare una specifica app in lingua giapponese) che ci misero poco a scovarle: ecco che il successo internazionale è servito!

All’inizio degli anni 10 viene sancito definitivamente tale successo: Apple nel 2011, con iOS 5, inizia a supportarle ufficialmente e un paio d’anni più tardi anche Android le implementa sui propri dispositivi.

Le emoji politically correct

Con il successo globale sono arrivate anche le prime critiche per le emoji, accusate già nel 2015 di avere una scarsa rappresentazione delle diverse culture nel mondo. Ed ecco che già in quell’anno arrivano le prime emoji multiculturali: per ogni “faccina” è possibile scegliere tra sei diverse opzioni di colore della pelle – basate sui valori cromatici della scala dermatologica Fitzpatrick – e vengono aggiunte tante bandiere di diversi paesi fino ad arrivare a 32.

Discorso simile per l’emoji della pistola: il revolver nel 2021 è stato sostituito con una pistola ad acqua a seguito delle dichiarazioni di Apple in cui l’azienda si schierava chiaramente su posizioni non violente dopo l’ondata di violenza di massa che invase gli Stati Uniti.

Ancora più recente è la polemica relativa all’”uomo incinto” (più che altro la “pregnant person” priva di genere) introdotto da Apple all’inizio di quest’anno per “rappresentare uomini trans, persone non binarie o donne con i capelli corti“, per un’esperienza il più inclusiva possibile.

Come abbiamo visto le emoji sono entrate sempre più nelle nostre vite, sia da un punto di vista culturale che linguistico: il rischio adesso è quello di polarizzare la comunicazione, cioè che questo nuovo vocabolario visivo tolga al vocabolario classico il primato d’utilizzo, sicuramente impattando in negativo sulle vite di tutti noi. Non dimentichiamo l’importanza del lessico, è essenziale per formulare pensieri complessi: impoverendo il linguaggio alla lunga impoveriremo anche il nostro pensiero.

Riccardo Imperiosi, Giovane Avanti

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