CRISI DEI MICROCHIP: GLOBALIZZAZIONE AL BIVIO?

chip

Lo scorso aprile è scoppiata una crisi produttiva globale ancora presente e che, secondo Moody’s, potrebbe durare fino al 2023: l’oggetto della frizione riguarda i microchip e i semiconduttori, componenti essenziali nell’economia digitalizzata e non solo.

Ma cos’è successo esattamente?
Con l’arresto totale dell’economia mondiale ad aprile 2020, le vendite nel settore automobilistico si sono quasi azzerate, costringendo le case a rallentare la produzione di veicoli e, di conseguenza, a ridurre l’acquisto di chip e semiconduttori (in ogni singola auto se ne installano centinaia).
Parallelamente, con il primo lockdown e il conseguente telelavoro per tantissimi lavoratori in tutto il mondo, è esploso l’acquisto di prodotti nell’elettronica di consumo (pc, smartphone, elettrodomestici…) che ha compensato il calo di domanda nel settore componentistico.
Tuttavia, a partire dalla prima metà del 2021, sono ripartiti gli ordini nel settore automobilistico: un elevato numero è rimasto inevaso a causa della scarsità di componenti disponibili sul mercato e della difficoltà a reperire alternative in tempi e distanze brevi.
Sì perché, negli ultimi anni, gran parte della produzione di microchip e semiconduttori è stata esternalizzata nei Paesi asiatici, sull’onda della globalizzazione che ha investito l’economia mondiale negli ultimi 30 anni.
A costo di sacrificare diritti e futuro dei lavoratori nei Paesi occidentali, le delocalizzazioni hanno portato una riduzione dei costi per le aziende ma anche una totale perdita di controllo nella catena del valore delle filiali globali, portando a disastri come quello che sta investendo il settore automotive, intrappolato dalle stesse logiche abbracciate in passato.
Un duro colpo per il liberismo, definito “morto” a più riprese dal Segretario Generale della UIL, PierPaolo Bombardieri.

La sfida ora si pone davanti ad un bivio cruciale: mentre da una parte la crisi globale dei microchip rischia di contaminare nuovi settori, portando a conseguenze sociali ed economiche incontrollabili, dall’altra questa è un’occasione per riaccentrare valori che mettano al centro le persone e i diritti, a discapito della cinica ricerca del profitto.

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