Tra scarsa domanda e costi elevati. A rischio la sopravvivenza del settore elettrodomestici

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06.10.2025

Oggi è a rischio la stessa sopravvivenza del settore degli elettrodomestici, un tempo secondo comparto industriale italiano e oggi ridimensionato, ma ancora fortemente orientato all’export.

I provvedimenti messi in campo dal Governo, come gli incentivi all’acquisto, appaiono poco più che palliativi e soprattutto non affrontano il vero nodo che stringe l’industria: la perdita di competitività dell’Europa e in particolare dell’Italia. Un fenomeno che riguarda non solo gli elettrodomestici, ma più in generale larga parte della nostra manifattura. Ripercorrere la storia recente del settore aiuta a capire come e perché siamo arrivati a questa situazione.

La parabola discendente del settore elettrodomestico

È almeno dai primi anni Duemila che il settore degli elettrodomestici ha intrapreso una parabola discendente. Un tempo rappresentava il secondo comparto industriale italiano, ma progressivamente è stato messo sotto pressione dalla concorrenza dei Paesi a basso costo.

Come sindacato, nel corso degli anni abbiamo contribuito, pur tra sacrifici e accordi difensivi dolorosi, non solo a scongiurare le ricadute sociali più dure che avrebbero potuto colpirci, ma anche a salvaguardare una parte del comparto, difendendo in particolare la produzione di fascia alta e specificamente quella dell’incasso. Quest’ultima ha beneficiato della prossimità alla prestigiosa filiera del mobile italiano.

La pandemia aveva temporaneamente perfino rilanciato la produzione e i conti delle imprese produttrici, con un inatteso boom delle vendite legato ai lockdown; abbiamo sindacalmente approfittato di questo frangente con Electrolux, siglando intese finalizzate sia a favorire investimenti nelle fabbriche italiane sia a rinnovare il contratto integrativo e il premio di gruppo. Ma quella ripresa si è rivelata purtroppo breve: di un colpo non solo è terminata la spinta dei consumi casalinghi determinata dal Covid, ma si è aggiunta la triste ricaduta del conflitto scoppiato in Europa.

Una morsa micidiale

Il comparto si è trovato stretto in una morsa micidiale: da un lato consumi in calo, con un contraccolpo dopo l’eccesso di acquisti del biennio pandemico, dall’altro, costi produttivi crescenti, aggravati soprattutto dalle tensioni e dalle dinamiche innescate dalla guerra.

A conferma di queste difficoltà, bastano le parole pronunciate da Whirlpool all’indomani del conflitto: la multinazionale americana giustificò così la decisione, senza precedenti, di vendere l’intero comparto europeo, non solo gli stabilimenti, ma anche i marchi e i prodotti furono ceduti. Whirlpool arrivò ad asserire che fare affari in Europa non appariva più conveniente, segnalando così la gravità strutturale della crisi.

E in effetti quella previsione si è verificata. Caso esemplare è proprio quello di Electrolux, l’altro grande produttore presente in Italia. L’azienda come accennato aveva investito molto nel nostro Paese, anche grazie ad accordi sindacali significativi, siglati a livello nazionale per i singoli stabilimenti. Ma è stata colta di sorpresa e ha pagato il prezzo del sopravvenire della crisi. Non a caso si sono moltiplicate le voci di una possibile cessione, che tuttavia, secondo indiscrezioni, non si sarebbe concretizzata per mancanza di un acquirente adeguato.

Whirlpool, invece, la sua vendita l’ha portata a termine: l’intera divisione europea è stata in effetti acquisita da Beko, che subito dopo ha denunciato bilanci in rosso e la necessità di una profonda ristrutturazione. È partita così una vertenza durissima, conclusa ad aprile di quest’anno con un accordo sindacale che, pur tra grandi sacrifici, ha raggiunto un compromesso accettabile. Ma i problemi non sono finiti: al di là della situazione ancora aperta dello stabilimento di Siena, in cerca di un nuovo industrializzatore, anche gli altri impianti restano in condizioni molto difficili. Per questo abbiamo chiesto l’apertura di un tavolo di monitoraggio.

La concorrenza asiatica

In ultima analisi, stanno venendo meno i presupposti stessi perché l’Italia possa restare competitiva. La concorrenza asiatica è sempre più agguerrita, la pressione sui prezzi sempre più forte, e oggi i produttori del Far East competono anche sulla qualità e sulla tecnologia, anzi in alcuni casi arrivano persino a superarci. Per questo abbiamo chiesto l’apertura di un tavolo di settore, con l’obiettivo di affrontare i nodi strutturali che minano la competitività: a partire dal costo dell’energia, per arrivare ad un complesso di norme che scarica sull’industria la maggior parte degli oneri.

I ritardi del nostro Paese e il problema della condizionalità degli incentivi

Il nostro Paese vive ancora con un impianto fiscale e sociale pensato per un’altra epoca, quando l’industria era il settore più ricco e poteva reggere il peso di uno Stato sociale, sostenuto anche da svalutazioni competitive. Oggi, invece, la realtà è rovesciata: se vogliamo difendere la nostra industria, dobbiamo considerarla un bene prezioso da preservare, e non una fonte da cui attingere senza misura.

In questo contesto, provvedimenti come gli incentivi messi in campo dal Governo hanno un’utilità assai limitata. Non solo perché sono temporanei, ma soprattutto perché rischiano di stimolare una domanda che finisce per favorire la produzione estera. È arrivato il momento che gli incentivi siano legati a condizionalità precise, non più soltanto ambientali ma anche sociali: devono essere riservati alle aziende che producono in Europa, rispettano i diritti dei lavoratori e contribuiscono davvero allo sviluppo del nostro territorio.

Ufficio stampa UILM Nazionale

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