Porti italiani tra geopolitica e incompetenza: un problema economico mascherato da spartizioni politiche
23.07.2025
Se la “Guerra dei Dodici Giorni” in Medio Oriente ci ha ricordato la fragilità degli equilibri geopolitici e l’impatto immediato sui mercati globali, in Italia stiamo assistendo a una minaccia ben più insidiosa: lo smantellamento silenzioso della nostra portualità strategica.
Mentre il mondo osserva con apprensione le crisi internazionali e le politiche economiche dei giganti, noi rischiamo di compromettere un pilastro fondamentale del nostro PIL e della nostra occupazione, non per eventi esterni, ma per una discutibile gestione interna, che premia l’inesperienza e la fedeltà politica a scapito della competenza.
L’Italia al centro del Mediterraneo
Non è un mistero che l’Italia, con la sua posizione geografica al centro del Mediterraneo, detenga una centralità strategica nel contesto del commercio marittimo globale. I nostri porti non sono semplici punti di attracco, ma snodi vitali che interconnettono l’Europa con l’Asia, l’Africa e il resto del mondo.
Oltre il 30% del PIL italiano dipende direttamente o indirettamente dalle attività portuali e logistiche. Si tratta di miliardi di euro di merci in transito, milioni di passeggeri e migliaia di posti di lavoro diretti e indotti, dall’operatore di banchina all’esperto di logistica internazionale. In buona sostanza i porti, con la loro importanza strategica, sono il cuore pulsante dell’Italia.
In un’epoca in cui le catene di approvvigionamento sono costantemente sotto pressione, e la geopolitica marittima è più fluida che mai (pensiamo alla competizione con i porti del Nord Europa o alla crescente influenza cinese in Africa e nel Mediterraneo), avere una portualità efficiente, moderna e guidata da professionisti di alto livello è non solo un vantaggio competitivo, ma una vera e propria necessità di sicurezza nazionale ed economica. La capacità di un Paese di movimentare rapidamente merci, gestire flussi turistici e rispondere a emergenze passa inevitabilmente dalla solidità delle sue infrastrutture portuali.
Un quadro desolante
Eppure, a fronte di tale cruciale importanza, quello che emerge dalle recenti nomine ai vertici delle Autorità di Sistema Portuale è un quadro desolante. Il Ministero dei Trasporti, con il vice ministro Edoardo Rixi nel ruolo di regista, sembra aver trasformato la gestione di questi nodi strategici in una mera spartizione di poltrone. Il “Manuale Cencelli”, tristemente noto per le logiche di lottizzazione politica, sembra aver trovato la sua più recente e paradossale applicazione nel settore marittimo.
Uno dei casi emblematici, ma non è l’unico, è la nomina del vicesindaco di Pisa, Raffaele Latrofa, a capo dell’Autorità portuale del Mar Tirreno centro-settentrionale (Civitavecchia, Fiumicino, Gaeta). Una scelta che, secondo le indiscrezioni, non è basata su una “comprovata esperienza e qualificazione professionale nei settori dell’economia dei trasporti e portuale”, come richiesto dalla legge, ma su un curriculum che vanta esperienze in ambiti come il verde pubblico e la riqualificazione urbana. Un paradosso che grida vendetta, soprattutto se si considera che Civitavecchia è il primo porto crocieristico d’Italia e il secondo in Europa, un colosso che muove oltre 3 milioni di passeggeri.
Pertanto, affidare la gestione di tali complessità a figure prive delle necessarie competenze rischia di diventare un problema concreto per l’economia e l’occupazione italiana.
Infatti, la mancanza di esperienza e di visione strategica possono tradursi in decisioni lente, burocrazia eccessiva e incapacità di affrontare le sfide quotidiane e future, rallentando il flusso di merci e passeggeri.
Rischiamo di perdere terreno
In un mondo in cui le realtà portuali sono in continua competizione, i nostri porti rischiano di perdere terreno rispetto ai concorrenti europei e mediterranei, più smart, meno ingessati da logiche politiche e più orientati all’efficienza. Tutto questo potrebbe tradursi in minori investimenti, meno scambi commerciali e, in ultima analisi, meno lavoro. La disfunzionalità dei porti, infatti, potrebbe avere ripercussioni inevitabili sui lavoratori del settore, dagli addetti alle operazioni portuali ai dipendenti delle aziende di logistica e trasporto, mettendo a rischio migliaia di posti di lavoro.
La reputazione dell’Italia come partner affidabile e competente nel settore logistico potrebbe, a sua volta, risentirne allontanando potenziali investitori e operatori internazionali.
Tra l’altro, come già annunciato da associazioni di categoria come la FICT (Federazione Europea dei Manager dei Trasporti), le nomine politiche rischiano di generare un’ondata di ricorsi amministrativi, paralizzando ulteriormente le attività portuali e creando una palude legale ed economica.
Ciò che dovrebbe preoccupare è che in questo modo si sta mettendo a serio rischio il mondo del lavoro nei porti. Ciò che, infatti, andrebbe realmente compreso è che i porti italiani non possono essere distribuiti in base a calcoli politici e spartizioni trasversali bipartisan.
I porti sono infrastrutture critiche, essenziali per la nostra sopravvivenza economica e la nostra posizione nel mondo. Questo stallo, dettato da logiche che non tengono conto della funzionalità e dell’importanza strategica, ha ricadute dirette e drammatiche sull’occupazione e sulla stabilità economica delle famiglie che dipendono dal settore marittimo. Se questo fosse un software, la soluzione sarebbe un semplice “spegni e riavvia“. Ma trattandosi di un comparto economico così vitale, serve ben altro: una reazione politica, civile e istituzionale che fermi questa deriva.
È ora di mettere l’interesse strategico e la competenza al primo posto, prima che la giostra delle poltrone affondi definitivamente la nostra economia del mare e soprattutto il lavoro che deve essere sempre la nostra primaria preoccupazione.
Ufficio Comunicazione UILTRASPORTI
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