Pensionati sempre più poveri

3' di lettura
Mi piace!
0%
Sono perplesso
100%
È triste
0%
Mi fa arrabbiare
0%
È fantastico!!!
0%

15.10.2025

Il potere d’acquisto delle pensioni negli ultimi dieci anni è calato in maniera vertiginosa. Questo a causa delle rivalutazioni parziali e del costante aumento dei prezzi.

Per misurare la perdita subita, si possono analizzare due casi tipo: una pensione lorda di 2.256 euro e una di 3.500 euro nel 2014. In entrambe i casi occorre confrontare l’importo rivalutato secondo le percentuali effettivamente applicate con quello che si sarebbe ottenuto se fosse stata riconosciuta una rivalutazione piena al 100% dell’inflazione.

Le cifre

Nel primo caso, la pensione di 2.256 euro è arrivata nel 2024 a circa 2.615 euro lordi, ma con una rivalutazione piena avrebbe raggiunto 2.684 euro.  La differenza, apparentemente modesta su base mensile, si traduce in una perdita annuale di quasi 900 euro, che in dieci anni equivale a oltre 9.000 euro.

La situazione peggiora per la pensione di 3.500 euro: nel 2024 vale circa 3.825 euro, ma con una rivalutazione integrale avrebbe superato i 4.140 euro. In questo caso, la perdita complessiva nell’arco di dieci anni ammonta a 9.600 euro.

La mancata rivalutazione delle pensioni, infatti, non riduce l’importo solo all’anno del taglio, ma cresce esponenzialmente negli anni a seguire.

Rivalutazioni parziali e inflazione: una combinazione penalizzante

Il meccanismo della rivalutazione parziale, che riduce progressivamente l’adeguamento per le pensioni sopra determinate soglie, ha inciso in modo significativo sul potere d’acquisto.

Negli anni caratterizzati da inflazione più alta – come il 2022 e il 2023 – la distanza tra i prezzi reali e gli incrementi concessi si è allargata, erodendo ulteriormente il reddito reale dei pensionati. Questo anche perché il metodo di perequazione è stato più severo, non per scaglioni ma per importi complessivi.

Il potere d’acquisto delle pensioni nel quotidiano

Nel 2014, con una pensione netta di circa 1.740 euro, era possibile affrontare senza difficoltà le spese quotidiane. Un caffè al bar costava 0,90 euro, un quotidiano 1,30 euro, un litro di latte 1,20 euro.

Oggi, pur con una pensione che è salita a circa 2.000 euro netti, il potere d’acquisto è diminuito: i prezzi dei beni di consumo sono cresciuti molto di più. Un caffè costa in media 1,20 euro, un quotidiano 1,70, il latte 1,80, e un chilo di carne rossa è passato da 13 a 18 euro. In pratica, con la pensione attuale si possono comprare molte meno cose rispetto a dieci anni fa: meno caffè, meno giornali, meno alimenti di base. Il valore reale dell’assegno, insomma, si è ridotto.

Ogni giorno, quindi, il pensionato medio può permettersi meno consumi, meno libertà di scelta e meno qualità della vita.

La rivalutazione non sta al passo con il costo della vita

In dieci anni, la combinazione di inflazione e rivalutazioni incomplete ha comportato una perdita significativa del potere d’acquisto delle pensioni italiane. Pur aumentando nominalmente, gli assegni non hanno tenuto il passo con il costo della vita. Il divario si è ampliato soprattutto negli ultimi anni, a causa della forte crescita dei prezzi. Il risultato è un progressivo impoverimento che colpisce milioni di pensionati, riducendo la capacità reale di spesa e il valore concreto del reddito.

Ufficio Comunicazione Uil Pensionati

Articoli Correlati