La crisi energetica non è affatto alle nostre spalle
24.02.2026
Il costo dell’energia è tornato con forza al centro del dibattito economico e sociale del Paese. Non si tratta di una questione tecnica riservata agli addetti ai lavori, ma di un nodo strutturale che incide direttamente sulla competitività del sistema produttivo, sulla tenuta delle imprese e, soprattutto, sulla qualità e sulla quantità dell’occupazione.
I dati contenuti nel Rapporto 2025 dell’Osservatorio Confcommercio Energia confermano una realtà che, come UIL, denunciamo da tempo: la crisi energetica non è affatto alle nostre spalle e continua a produrre effetti profondi sull’economia reale.
Bollette sempre più care
Nel 2025 la bolletta elettrica per le attività del terziario di mercato risulta più cara del 28,8 per cento rispetto al 2019, mentre quella del gas registra un incremento addirittura del 70,4 per cento. Se il confronto viene esteso al quarto trimestre del 2025 rispetto allo stesso periodo del 2019, gli aumenti restano di dimensioni rilevanti, con un più 38,9 per cento per l’elettricità e un più 52,6 per cento per il gas. Numeri che parlano da soli e che gravano come un macigno sulle imprese, ma anche sulle lavoratrici e sui lavoratori, perché dietro a questi rincari si nascondono minori investimenti, margini compressi e maggiori difficoltà occupazionali.
Questi dati risultano ancora più preoccupanti se letti alla luce dell’andamento dei prezzi all’ingrosso. Nel corso del 2025, infatti, si è registrata una riduzione significativa dei prezzi wholesale del gas e dell’energia elettrica, rispettivamente del 28 e del 36 per cento nei primi mesi dell’anno, anche grazie alle politiche di contenimento adottate dal Governo. Tuttavia, questo calo non si è tradotto in un alleggerimento strutturale delle bollette. La ragione è evidente: il problema italiano non risiede soltanto nel costo della materia prima, ma in un sistema di formazione del prezzo che continua a penalizzare imprese e famiglie.
Gli oneri generali di sistema
A pesare in modo determinante sono infatti gli oneri generali di sistema, tornati a incidere per quasi il 20 per cento sul totale della bolletta elettrica dopo la fine delle misure emergenziali, a fronte di una componente energia che rappresenta circa il 60 per cento. Si tratta di un meccanismo che scarica sui consumatori finali costi che spesso non hanno alcun legame con i reali consumi energetici, trasformando la bolletta in uno strumento improprio di finanziamento di politiche che dovrebbero essere sostenute dalla fiscalità generale.
Uno svantaggio competitivo strutturale
Il risultato è uno svantaggio competitivo strutturale che penalizza il sistema produttivo italiano nel confronto europeo. Tra il 2019 e il 2025 il costo dell’energia elettrica in Italia è aumentato del 122 per cento, quasi il doppio rispetto alla Francia e oltre tre volte rispetto alla Spagna. Anche oggi, nonostante mercati sempre più integrati, il nostro Paese continua a pagare l’energia molto più dei principali partner europei. Sul fronte del gas la situazione non è diversa: se nel quarto trimestre del 2025 si registra un calo rispetto all’anno precedente, il confronto con il periodo pre-pandemico mostra rincari superiori al 50 per cento, segno che gli effetti della crisi energetica non sono stati ancora assorbiti.
Per la UIL questi numeri non sono semplici statistiche. Essi si traducono in ore di lavoro a rischio, investimenti rinviati, salari sotto pressione e rapporti di lavoro sempre più fragili. Un costo dell’energia così elevato mina la competitività delle imprese, in particolare delle piccole e medie, e rende più difficile qualsiasi strategia di rilancio industriale. Senza un’energia accessibile e a costi sostenibili non può esserci una vera politica industriale, né una transizione ecologica in grado di creare occupazione stabile e di qualità.
C’è bisogno di una visione più ampia
È per questo che ribadiamo con forza la necessità di abbassare in modo strutturale il costo dell’energia, intervenendo sugli oneri impropri e costruendo un sistema più equo, trasparente e orientato allo sviluppo. Ma questa azione, pur indispensabile, non è sufficiente se non viene accompagnata da una visione più ampia. La sfida climatica, infatti, non si vince con l’ideologia, ma con il pragmatismo. Serve una reale neutralità tecnologica, capace di valorizzare tutte le soluzioni disponibili e sostenibili, dalle fonti rinnovabili ai sistemi di accumulo, dall’efficienza energetica ai gas rinnovabili e alle soluzioni ibride, senza escludere a priori tecnologie che possono garantire continuità di approvvigionamento e costi competitivi.
Per una giusta transizione energetica
In questa prospettiva, la decarbonizzazione deve rappresentare un’opportunità di rilancio e non un processo di desertificazione industriale. Una transizione imposta, non governata e priva di strumenti di accompagnamento rischia di scaricare i costi sui lavoratori e sui territori più fragili. Al contrario, una giusta transizione deve tenere insieme obiettivi ambientali, sostenibilità economica e giustizia sociale, ponendo al centro la tutela dell’occupazione, la sicurezza sul lavoro, la formazione e la riconversione delle competenze. Senza energia competitiva, la transizione rischia di tradursi in sacrifici insostenibili per chi lavora; con una strategia fondata sulla neutralità tecnologica, può invece diventare un volano di sviluppo, innovazione e stabilità occupazionale.
Il Libro Bianco del Ministero delle Imprese e del Made in Italy
In questo quadro complesso e delicato, la pubblicazione del Libro Bianco del Ministero delle Imprese e del Made in Italy rappresenta un passaggio cruciale. Come sindacato guardiamo a questo documento con attenzione e con la speranza che possa segnare l’avvio di una nuova stagione di politica industriale, capace di coniugare transizione ecologica, politica energetica e sviluppo produttivo. È fondamentale che questa strategia metta al centro il lavoro, la qualità dell’occupazione, la sicurezza e le competenze, e non si limiti al raggiungimento di obiettivi ambientali astratti e scollegati dalla realtà economica e sociale del Paese.
L’Italia ha bisogno di una politica industriale forte, coerente e di lungo periodo. Ridurre il costo dell’energia, garantire neutralità tecnologica e sostenere gli investimenti produttivi non sono concessioni alle imprese, ma condizioni indispensabili per difendere e creare lavoro buono, sicuro e stabile. In assenza di queste scelte, il rischio concreto è quello di una transizione che lascia indietro lavoratrici, lavoratori e territori, alimentando disuguaglianze e fratture sociali.
UIL Servizio Contrattazione Privata, Rappresentanza, Politiche Settoriali, Ambiente
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