La chimica nel terzo millennio: tra sfide, innovazione e valore del lavoro
26.11.2025
La chimica è il tessuto invisibile dell’economia: è nei materiali dei prodotti che utilizziamo, nei farmaci che ci curano, negli abiti che indossiamo, nelle tecnologie che plasmano il nostro tempo. È la spina dorsale del sistema produttivo, l’industria delle industrie, capace di trasformare conoscenza in valore e di generare occupazione qualificata con ricadute positive su tutto il tessuto industriale. Ogni 100 euro di valore aggiunto nella chimica ne attiva altri 232 lungo le filiere collegate, a testimonianza dell’effetto moltiplicativo del settore e dell’importanza strategica dell’industria chimica.
La crisi del settore
Eppure, oggi la chimica italiana attraversa una fase critica. Il 2025 sarà il quarto anno consecutivo di contrazione: il fatturato diminuisce dell’1,5% e solo il 30% delle imprese prevede investimenti. Parliamo di un comparto che produce 65 miliardi di euro, impiega oltre 113.000 addetti in 2.800 imprese e sostiene, con il suo indotto, più di 327.000 posti di lavoro. Nonostante l’alto valore aggiunto, la chimica è penalizzata da costi energetici elevati, incertezza normativa, scarsa competitività internazionale e mancanza di una strategia industriale coerente.
L’Italia è la quinta industria chimica europea e il terzo produttore dopo Germania e Francia, con leadership in segmenti come i principi attivi farmaceutici. La crisi non è congiunturale: deriva da scelte mancate, dalla progressiva dismissione della chimica di base e da una politica energetica che ha reso le produzioni meno competitive. Produrre etilene, ad esempio, costa oggi in Europa molto più che negli Stati Uniti o in Cina. Dopo la rivoluzione dello shale gas, gli USA godono di un vantaggio strutturale, mentre l’Europa continua a dipendere da forniture costose e da un sistema di emission trading che grava sulle imprese.
Il risultato è una perdita di competitività: la produzione chimica europea resta inferiore del 13% rispetto ai livelli pre-pandemia, mentre la Cina è cresciuta del 41% nello stesso periodo. Non bastano gli interventi di emergenza: servono visione e politiche industriali lungimiranti. La transizione verde, pur essendo un’opportunità straordinaria, può trasformarsi in freno senza incentivi concreti, regole chiare e partecipazione attiva delle parti sociali.
Formazione, innovazione e sostenibilità: da qui passa il futuro della chimica italiana
La formazione è la chiave del futuro. Oltre il 95% dei lavoratori chimici ha un contratto a tempo indeterminato; negli ultimi dieci anni sono stati creati più di 11.000 nuovi posti di lavoro, con un aumento dell’occupazione giovanile del 22%. Le retribuzioni medie superano del 18% quelle nazionali, mentre la produttività per addetto è del 56% superiore alla media manifatturiera. Eppure, più di un terzo delle assunzioni previste è di difficile reperimento, soprattutto per profili digitali e green. Rafforzare il legame tra formazione tecnica e imprese, rilanciando gli Istituti Tecnici Superiori e percorsi di alta formazione, è essenziale per colmare questo divario.
Sul fronte dell’innovazione e della sostenibilità, la chimica italiana continua a distinguersi. Ogni anno il settore investe quasi 600 milioni di euro in ricerca e sviluppo, con 9.000 addetti impegnati e una presenza femminile del 33%, superiore alla media industriale. Dal 1990, le emissioni dirette di CO₂ sono calate del 64% e i consumi d’acqua del 57%, mentre il 45% dei rifiuti è riciclato. È il primo settore industriale italiano per investimenti in tecnologie a basso impatto ambientale. Tuttavia, la transizione richiede risorse ingenti: oltre 20 miliardi di nuovi investimenti entro il 2050, che diventano 30 miliardi se si considerano i costi operativi. È evidente l’urgenza di politiche industriali europee che garantiscano condizioni di parità, semplifichino gli iter autorizzativi e promuovano un mercato energico basato sulla neutralità tecnologica e sulla partecipazione sociale.
Il ruolo della contrattazione delle relazioni industriali
In questo contesto, il contratto collettivo nazionale chimico-farmaceutico gioca un ruolo fondamentale. Tra i più avanzati d’Europa, dimostra che la contrattazione può essere leva di innovazione: uno spazio di progettazione condivisa, dove produttività, sostenibilità e diritti trovano equilibrio. Le relazioni industriali, storicamente radicate nel settore, accompagnano l’evoluzione tecnologica, digitale ed energetica della filiera, valorizzando competenze, dialogo e partecipazione.
A Stresa, un recente seminario ha avviato il percorso verso gli Stati Generali delle Relazioni Industriali del settore, con la partecipazione di organizzazioni datoriali e sindacali. L’incontro ha ribadito il ruolo delle Parti sociali come corpi intermedi capaci di costruire visione, coesione e competenze, accompagnando lavoratrici, lavoratori e imprese nell’affrontare i cambiamenti digitali, ecologici e organizzativi.
La chimica italiana, con la sua lunga tradizione di dialogo e innovazione, può diventare modello per l’intero Paese, dimostrando che competitività e sostenibilità possono convivere.
Non si tratta solo di produzione: in gioco ci sono cultura, sapere, lavoro ad alta specializzazione. La chimica è il motore dell’innovazione e della transizione ecologica. Il futuro del settore si costruisce con un approccio condiviso, mettendo attorno allo stesso tavolo lavoro, impresa e visione strategica. Senza innovazione non c’è futuro, e senza lavoro non c’è progresso: tenere insieme questi due piani è la sfida e l’opportunità del settore chimico italiano nel terzo millennio.
Ufficio Comunicazione UILTEC
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