Il Mezzogiorno al bivio: lavoro, diritti e sviluppo per ricucire l’Italia
11.03.2026
Il tema del Mezzogiorno non è mai stato soltanto una questione territoriale. È, prima di tutto, una questione nazionale. Riguarda la qualità della crescita, la coesione sociale e la tenuta democratica del Paese. E oggi, più che mai, ci troviamo davanti a un bivio: o si investe seriamente per ridurre i divari, oppure si accetta una frattura strutturale dell’Italia.
I dati più recenti in un quadro contraddittorio
I dati più recenti confermano un quadro contraddittorio. Da un lato, il Sud registra segnali di dinamismo: nel 2024 l’occupazione è cresciuta più che nel resto del Paese (+2,2%), con circa 142 mila occupati in più. Nel 2025 il tasso di occupazione ha superato per la prima volta il 50%, il livello più alto dal 2004.
Dall’altro lato, il divario resta drammaticamente ampio. Il tasso di occupazione nel Mezzogiorno è intorno al 49-50%, contro quasi il 70% del Nord. La disoccupazione è quasi tripla rispetto al Nord (11,9% contro circa il 4%). E, soprattutto, i redditi continuano a segnare una distanza profonda: il reddito disponibile delle famiglie nel Sud è inferiore di circa il 30% rispetto al Centro-Nord.
Non si tratta solo di numeri. È la fotografia di un’Italia divisa, in cui il luogo di nascita continua a determinare opportunità di vita, qualità del lavoro e accesso ai diritti fondamentali.
Ritardi strutturali
Il Mezzogiorno continua a scontare ritardi strutturali: minore presenza di occupazione qualificata, più lavoro irregolare e sommerso – che nel Sud arriva a incidere per oltre il 16% del valore aggiunto – e un sistema produttivo più fragile. Anche il capitale umano resta penalizzato: la quota di occupati in professioni qualificate è inferiore al 31% nel Sud, contro valori sensibilmente più alti nel resto del Paese.
A questo quadro si aggiunge un fenomeno sempre più preoccupante, che rischia di compromettere le prospettive di sviluppo del Mezzogiorno nel lungo periodo: la crescente emigrazione giovanile. I dati più recenti diffusi da SVIMEZ confermano una dinamica ormai strutturale, con migliaia di giovani, spesso altamente qualificati, che ogni anno lasciano il Sud per trasferirsi verso il Centro-Nord o all’estero.
Non si tratta soltanto di una mobilità fisiologica, ma di un vero e proprio drenaggio di capitale umano, che impoverisce il tessuto economico e sociale delle regioni meridionali. Il Mezzogiorno investe nella formazione di competenze che poi vengono valorizzate altrove, alimentando un circolo vizioso che riduce ulteriormente le opportunità di crescita e innovazione.
Questo fenomeno è strettamente legato alla qualità dell’occupazione e alla debolezza del sistema produttivo. In assenza di lavoro stabile, qualificato e adeguatamente retribuito, i giovani sono spesso costretti a cercare altrove le opportunità che non trovano nei territori di origine. Ma ogni giovane che parte rappresenta non solo una perdita individuale, bensì un indebolimento complessivo delle comunità locali, della loro capacità di innovare e di costruire futuro.
Invertire questa tendenza deve diventare una priorità strategica. Senza politiche capaci di trattenere e attrarre giovani talenti, ogni investimento rischia di essere meno efficace e ogni percorso di sviluppo più fragile. Il tema dell’emigrazione giovanile, dunque, non è separato da quello del lavoro e della crescita: ne è, piuttosto, una delle espressioni più evidenti e urgenti.
Il PNRR e il Sud
In questo contesto, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza avrebbe dovuto rappresentare una svolta storica. Il legislatore ha previsto esplicitamente, con l’articolo 2, comma 6-bis del decreto-legge n. 77 del 2021, il vincolo di destinare almeno il 40% delle risorse territorializzabili al Mezzogiorno.
Secondo gli ultimi dati ufficiali, questa soglia è stata formalmente rispettata: circa il 41,1% delle risorse, pari a oltre 60 miliardi di euro, è destinato al Sud.
Tuttavia, il rispetto formale delle quote non è sufficiente. Il problema è la qualità della spesa, la capacità di attuazione e la reale incidenza degli interventi.
In molti casi, le risorse del PNRR sono legate a strumenti “automatici” – come incentivi fiscali o misure a domanda – che non garantiscono una redistribuzione territoriale efficace. Inoltre, permangono criticità nella capacità progettuale e amministrativa degli enti locali, che rischiano di limitare l’impatto reale degli investimenti.
I dati mostrano che, pur avendo contribuito a sostenere l’occupazione – con un impatto anche significativo nel Mezzogiorno – il PNRR non sta ancora producendo un cambiamento strutturale del modello di sviluppo.
Il rischio concreto è che si traduca in una sommatoria di interventi senza una visione strategica, incapaci di incidere sui nodi storici del divario territoriale. In questo scenario, non possiamo ignorare un ulteriore elemento di preoccupazione: la scadenza ormai ravvicinata del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Il PNRR nasce come uno strumento straordinario e temporaneo, con orizzonte fissato al 2026. Ma proprio questa natura rischia oggi di trasformarsi in un limite, soprattutto per il Mezzogiorno.
Se non si interviene per tempo, il rischio è quello di un brusco rallentamento degli investimenti pubblici, con effetti particolarmente pesanti nelle aree più fragili del Paese. Il Sud, che già soffre di un deficit strutturale di investimenti, potrebbe trovarsi improvvisamente privo di quella leva finanziaria che, negli ultimi anni, ha sostenuto la crescita e l’occupazione.
Non possiamo permettere che, esaurita la spinta del PNRR, si apra una nuova fase di stagnazione. Sarebbe un errore strategico gravissimo, che comprometterebbe non solo le prospettive del Mezzogiorno, ma l’equilibrio complessivo del sistema economico nazionale.
Per questo è necessario avviare fin da subito una nuova stagione di programmazione. Occorre costruire strumenti strutturali di investimento, capaci di garantire continuità alle politiche di sviluppo e di accompagnare i processi di trasformazione economica e sociale. Il tema non è soltanto “spendere bene” le risorse del PNRR, ma decidere cosa accadrà dopo.
Servono politiche ordinarie rafforzate, un utilizzo più efficace dei fondi europei di coesione e, soprattutto, un impegno stabile dello Stato per il riequilibrio territoriale. Il Mezzogiorno non può vivere di interventi straordinari a termine: ha bisogno di una strategia permanente, che dia certezza agli investimenti, alle imprese e ai lavoratori.
La vera sfida, dunque, non è solo portare a termine il PNRR, ma evitare che con la sua conclusione si interrompa il percorso di crescita. Senza continuità, ogni progresso rischia di essere fragile e reversibile.
È adesso che bisogna decidere il futuro. Se non si programma il “dopo”, il rischio è che il Mezzogiorno torni indietro, perdendo anche le opportunità che oggi faticosamente sta cercando di costruire.
Per il Mezzogiorno serve, invece, una politica industriale chiara e coerente. Serve una strategia che metta al centro il lavoro, i diritti e la qualità dello sviluppo.
La ZES unica
Una questione centrale riguarda il ruolo che il Governo e i Governi futuri intendono attribuire alla ZES Unica. Essa rappresenta, a nostro avviso, la principale leva per il rilancio produttivo ed economico del Mezzogiorno e, proprio per questo, non può essere considerata uno strumento occasionale o limitato nel tempo. È necessario, invece, rafforzarla in modo strutturale, attraverso un incremento significativo delle risorse e l’adozione di misure chiare, stabili e di lungo periodo, capaci di accompagnare i processi di sviluppo e attrarre investimenti in maniera duratura.
In questa prospettiva, la ZES Unica deve essere collocata al centro di una strategia industriale nazionale che punti a ridurre i divari territoriali e a costruire condizioni favorevoli per la crescita del sistema produttivo, valorizzando le specificità dei territori e promuovendo nuova occupazione di qualità.
I LEP
Parallelamente, sul piano dei diritti, è necessario affrontare il tema dei Livelli essenziali delle prestazioni, così come definiti dalla Legge di bilancio. La loro individuazione rappresenta un passaggio importante, ma non sufficiente. I LEP, infatti, non possono limitarsi a una definizione formale: devono diventare concretamente esigibili su tutto il territorio nazionale.
Per raggiungere questo obiettivo è indispensabile garantire risorse strutturali adeguate, che consentano di sostenere politiche pubbliche efficaci e continuative. Inoltre, è fondamentale che tali politiche siano costruite attraverso un processo di concertazione dal basso, coinvolgendo i territori, le parti sociali e le comunità locali, così da rispondere realmente ai bisogni delle persone.
In questo quadro, la perequazione territoriale deve diventare un principio guida dell’azione pubblica, al fine di superare i divari esistenti e assicurare pari diritti di cittadinanza, indipendentemente dal luogo in cui si vive.
Prima di tutto, bisogna puntare su buona occupazione. Non basta creare posti di lavoro: occorre creare lavoro stabile, qualificato e ben retribuito. La crescita degli ultimi anni, spesso concentrata nei servizi e nelle costruzioni, non è sufficiente se non si accompagna a un rafforzamento della base industriale e tecnologica.
In secondo luogo, è indispensabile investire in infrastrutture materiali e digitali. Il ritardo infrastrutturale continua a rappresentare uno dei principali ostacoli allo sviluppo del Sud e alla sua capacità di attrarre investimenti.
Fermare del tutto l’emigrazione giovanile, poi, è difficile, perché una quota di mobilità è fisiologica in economie aperte. Il primo nodo è il lavoro. Finché nel Mezzogiorno prevarranno occupazioni precarie, poco qualificate e mal retribuite, sarà inevitabile che i giovani guardino altrove.
Accanto al lavoro, è decisivo il tema dei salari e del costo del lavoro. Un altro fattore centrale è il sistema educativo e della ricerca. Occorre rafforzare il legame tra università, ricerca e imprese, sostenere i dottorati industriali, i poli di innovazione e le startup, in modo da creare ecosistemi locali capaci di generare opportunità professionali qualificate.
Fondamentale è anche la qualità dei servizi e della vita. La scelta di restare o tornare non dipende solo dal lavoro, ma anche dall’accesso a sanità, trasporti, scuola, servizi per l’infanzia. Ridurre i divari nei servizi pubblici è quindi una condizione essenziale per trattenere popolazione.
Istruzione e formazione
Un capitolo decisivo riguarda l’istruzione e la formazione. Il divario educativo è uno dei principali fattori di diseguaglianza e condiziona direttamente le opportunità occupazionali. Senza un forte investimento nel capitale umano, ogni politica di sviluppo è destinata a restare incompiuta.
Altrettanto urgente è il rafforzamento della sanità pubblica e dei servizi sociali. I livelli essenziali delle prestazioni devono essere garantiti in modo uniforme su tutto il territorio nazionale. Oggi, invece, persistono differenze inaccettabili.
Infine, è necessario intervenire sulla capacità amministrativa. Senza una pubblica amministrazione efficiente, competente e stabile, anche le risorse più ingenti rischiano di non tradursi in sviluppo reale.
Il Mezzogiorno può diventare una leva strategica per la crescita dell’intero Paese, soprattutto nella transizione ecologica e digitale. Ma questo richiede scelte politiche coraggiose, investimenti mirati e un forte protagonismo delle parti sociali.
Per la UIL, la coesione territoriale deve tornare al centro dell’agenda politica. Non è più il tempo di interventi episodici o emergenziali. Serve una visione di lungo periodo, capace di ridurre i divari e garantire pari diritti a tutti i cittadini.
Ridurre le diseguaglianze non è un costo. È un investimento nella crescita, nella giustizia sociale e nella stabilità del Paese.
Se il Sud resta indietro, perde l’Italia intera.
UIL – Servizio Stato Sociale, Politiche Economiche e Fiscali, Mezzogiorno, Immigrazione
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