Guerra in Medio Oriente e gli effetti sull’agroalimentare italiano

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24.03.2026

Nel 2025 le esportazioni agroalimentari italiane hanno raggiunto un nuovo record, sfiorando i 72 miliardi di euro. Al tempo stesso le importazioni hanno toccato quota 73 miliardi (nel 2014 erano 35 miliardi), con un disavanzo di circa 769 milioni. A questo bilancio già sfavorevole si aggiungono le ripercussioni dell’escalation della guerra in Medio Oriente.

Secondo l’Ismea – l’Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare – nei primi undici mesi del 2025 l’export agroalimentare è cresciuto del 5%, più dell’export nazionale complessivo (+3,1%). Tuttavia, se nell’ultimo anno le esportazioni sono aumentate del 4,9%, le importazioni hanno registrato un incremento del 10,5%.

In questo contesto l’escalation delle tensioni tra Israele e Stati Uniti da una parte e l’Iran dall’altra sta ostacolando i traffici commerciali internazionali e verso il Medio Oriente, dove il valore delle vendite agroalimentari italiane supera i 2 miliardi di euro. Il nodo centrale è lo Stretto di Hormuz, il passaggio marittimo tra Iran e Oman da cui transitano grandi quantità di petrolio, fertilizzanti e materie prime: se bloccato, metterebbe a rischio una parte significativa delle catene di approvvigionamento globali, provocando un aumento dei costi dell’energia con conseguenze negative per la crescita economica, l’occupazione e l’inflazione.

Ortofrutta sotto pressione

Il comparto ortofrutticolo rappresenta uno degli esempi più evidenti del divario tra import ed export italiani. Negli ultimi cinque anni l’Italia ha importato il 50% in più di ortaggi, segno anche delle crescenti difficoltà nella competizione con altri Paesi.

Secondo Fruitimprese il problema è legato soprattutto ai costi di produzione: paesi come la Spagna o alcune aree del Nord Africa possono contare su energia e manodopera meno costose. Queste condizioni fanno sì che alcune produzioni storicamente legate all’agricoltura italiana, come pomodori, cipolle, insalate e melanzane, vengano prodotte ed importate a costi inferiori, rispetto a quelli di produzione da altri paesi, con il rischio che possano sparire intere filiere tipiche.

Il caso più emblematico è quello delle carote, la cui importazione è aumentata del 117% nei primi nove mesi del 2025. Se in passato, con oltre 11 mila ettari coltivati, l’Italia esportava questo prodotto per 99 milioni di euro, importandone solo 9 milioni, oggi il mercato nazionale è sempre più rifornito da Francia, Paesi Bassi, Belgio, Germania e Repubblica Ceca. Dunque, nonostante un export ortofrutticolo in crescita (+13,2% a valore e +7,8% in volume nei primi nove mesi del 2025), la bilancia commerciale del comparto resta negativa per circa 39 milioni di euro.

Vulnerabilità globale e soluzioni nazionali 

Le tensioni nello Stretto di Hormuz mettono in pericolo il transito di rifornimenti energetici, materie prime e circa il 30% dei fertilizzanti mondiali, indispensabili per le produzioni agricole. Secondo alcune stime nello stretto sarebbero già bloccate circa mille navi, di cui la metà petroliere e gasiere, che trasportano merci per un valore complessivo di 25 miliardi di dollari. L’impennata dei prezzi di petrolio e gas potrebbe penalizzare il settore agroalimentare anche per quanto riguarda logistica e trasporti: cibo e bevande sono le principali merci trasportate su strada.

La crescente dipendenza dalle importazioni rappresenta non solo una questione economica ma anche strategica, con implicazioni per la sovranità alimentare. Le recenti crisi internazionali hanno infatti mostrato la vulnerabilità delle catene di approvvigionamento globali.

Per rafforzare la produzione nazionale servono investimenti nelle filiere agricole, infrastrutture logistiche più efficienti, innovazione tecnologica e regole commerciali basate sul rispetto dei principi di reciprocità. Tra le proposte avanzate dagli operatori del settore c’è anche la creazione di riserve strategiche di materie prime agricole, fertilizzanti e mangimi, per ridurre l’esposizione dell’Europa agli shock internazionali e garantire maggiore stabilità a imprese e consumatori.

Per scongiurare conseguenze drammatiche per gli agricoltori italiani alcuni enti hanno individuato soluzioni finanziarie, come fissare i prezzi di vendita delle produzioni (Pdt) e garantire un livello minimo di remunerazione (Pmg), e innovative, tra cui investimenti in tipologie di fertilizzanti più vantaggiose.

Ufficio stampa UILA

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