Farmaceutica: la scommessa del sindacato tra algoritmi e scossoni globali

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31.05.2026

L’industria farmaceutica italiana rappresenta un paradosso di successo che viaggia a doppia velocità. I dati del biennio 2025-2026 restituiscono l’immagine di una corazzata capace di macinare record di export e consolidare investimenti, stagliandosi come un’eccezione di vitalità nel panorama affannato del manifatturiero europeo.

Eppure, dietro questa facciata di numeri d’oro, il settore poggia su un equilibrio precario, dove la forza produttiva convive con una fragilità strutturale figlia di precise scelte industriali del passato.

Il problema della dipendenza estera

La più evidente delle vulnerabilità, che mette anche la farmaceutica a fattor comune con tutto il sistema industriale nazionale, risiede nella dipendenza estera, sia energetica, sia nelle materie prime. Lo Stretto di Hormuz è oggi il termometro di una fragilità che va oltre la logistica e che non nasce oggi come una calamità improvvisa. È l’esito di anni di delocalizzazione spinta e di una concentrazione produttiva dei principi attivi (API) in pochissimi paesi, perseguita secondo logiche di puro abbattimento dei costi.

La produzione si è spostata verso le terre di giganti come Cina e India creando una strozzatura che espone l’Europa e l’Italia in particolare a rischi occupazionali diretti.

Del resto, nel caos geopolitico attuale, le frizioni nelle supply chain globali si irrigidiscono e i costi delle materie prime impennano del 60% mettendo a rischio la tenuta dei posti di lavoro.

Flessione degli investimenti nella ricerca

Accanto a questo, pesano anche la flessione degli investimenti nella ricerca interna e la centralizzazione decisionale delle multinazionali, tutti fattori che combinati, minacciano di trasformare l’Italia in un pur eccellente hub esecutivo, privato però della sua autonomia strategica.

Per la Uiltec, in un contesto di visione allargata, la priorità è tenere insieme sicurezza delle forniture, qualità del lavoro e responsabilità delle imprese. Ogni intervento che ora si avverte come emergenziale deve essere accompagnato da impegni verificabili su occupazione, investimenti e trasparenza delle filiere. Senza questa cornice, il rischio è che, ancora una volta, l’emergenza diventi l’ennesima occasione per scaricare sulle lavoratrici e sui lavoratori i costi di scelte industriali che vengono da lontano.

L’intelligenza artificiale contrattata

L’irruzione massiccia dell’intelligenza artificiale, inoltre, sta ridisegnando le mappe del potere nelle multinazionali farmaceutiche, esponendo le lavoratrici e i lavoratori al rischio che, mentre la produzione corre, le leve del comando si allontanino o, peggio, si virtualizzino in processi digitali governati da algoritmi.

È esattamente qui che il sindacato ha scelto di giocare la sua partita più ambiziosa. Il rinnovo del CCNL chimico-farmaceutico, siglato il 15 aprile 2025, ha agito non solo azionando la leva salariale, ma anche, forse soprattutto, compiendo un atto di interpretazione della realtà presente e prossima futura.

La scelta portata avanti non è quella della regolazione rigida, ma della governance per strumenti: linee guida, osservatori, confronto continuo tra livelli aziendali e settoriali. È un’impostazione pragmatica, costruita sull’idea che una tecnologia in rapida evoluzione non possa essere ingabbiata in norme statiche.

L’AI non è neutra rispetto al lavoro. Interviene sulla definizione delle competenze, sulla gestione delle performance, sull’organizzazione dei tempi e delle mansioni. In alcuni casi, ridefinisce direttamente la sostituibilità delle attività.

Il contratto entra in questo spazio attraverso il rafforzamento degli osservatori e dei luoghi di confronto, anche aziendali. Tuttavia, resta aperta una questione di fondo: quanto questo modello di governance riesce davvero a incidere sulle decisioni che, nella pratica, vengono sempre più incorporate nei sistemi digitali delle imprese.

Contro l’algoritmo non servono barricate ideologiche

Esercitando pienamente il suo ruolo di cerniera tra i bisogni reali di chi lavora e le aspettative produttive e finanziarie delle imprese, il sindacato ha compreso che contro l’algoritmo non servono barricate ideologiche, ma luoghi di governo, quale è pienamente la contrattazione.

Questa scelta di indirizzo testimonia una maturità relazionale al momento rara. Invece di cristallizzare norme che la tecnologia renderebbe obsolete in pochi mesi, il contratto ha voluto puntare sulla qualità del confronto continuo.

Si pensi agli informatori scientifici, la cui professionalità è oggi sotto lo stress di una trasformazione digitale profonda: per loro, e per migliaia di addetti, è stato costruito un perimetro di analisi che mira a equilibrare l’impatto dell’IA sulle performance e sulle mansioni, evitando che il modello proprietario delle imprese diventi l’unica legge applicabile.

La dignità del lavoro al centro di una transizione tecnologica

Il valore innovativo e avanguardista di questo rinnovo contrattuale risiede proprio nell’aver riportato la dignità del lavoro al centro di una transizione tecnologica e geopolitica complessa. Soggetto e non complemento.

La farmaceutica italiana continua a essere un fiore all’occhiello perché le relazioni industriali hanno saputo tenere insieme produttività e dignità occupazionale in un equilibrio non scontato. La scommessa dei prossimi anni non riguarda solo la tenuta dei fatturati, ma la capacità del sindacato di abitare questi spazi di negoziazione reale, impedendo che la velocità dell’innovazione eroda quel modello sociale che ha reso il settore un caso di eccellenza unico al mondo, valorizzando chi il farmaco lo pensa, lo produce e lo distribuisce. Le persone che lavorano.

Ufficio Comunicazione UILTEC

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