Una fase cruciale per il futuro del Servizio Sanitario Nazionale

10' di lettura
Mi piace!
0%
Sono perplesso
0%
È triste
0%
Mi fa arrabbiare
0%
È fantastico!!!
0%

Ciò che stiamo attraversando è una fase cruciale per il futuro del Servizio Sanitario Nazionale, una fase nella quale si misura concretamente la capacità del Paese di trasformare le risorse straordinarie del PNRR in diritti esigibili per i cittadini. Non siamo di fronte a un semplice passaggio amministrativo, ma a una vera e propria prova di tenuta del sistema pubblico, della sua equità e della sua universalità.

Come UIL, riteniamo che il monitoraggio sull’attuazione del DM 77/2022 non possa essere letto come un esercizio tecnico, ma interpretato per ciò che realmente rappresenta, uno strumento politico di valutazione dello stato di avanzamento di una riforma che riguarda milioni di cittadini e centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori della sanità. È dentro questi dati che si misura la distanza tra le scelte annunciate e i risultati effettivamente conseguiti.

Ebbene, il quadro che emerge impone una riflessione netta e senza ambiguità. A fronte di una programmazione formalmente completa e di risorse ingenti messe a disposizione, si registrano ritardi, disomogeneità territoriali e criticità strutturali che rischiano di compromettere l’intero impianto della riforma. Non possiamo accettare che la sanità territoriale, pilastro fondamentale per garantire prossimità, prevenzione e presa in carico, resti incompiuta o, peggio, si trasformi in un insieme di contenitori privi di contenuto.

È necessario un cambio di passo

C’è la necessità di un cambio di passo. È il momento della responsabilità, della trasparenza e della concretezza. È il momento di dire con chiarezza che la sanità pubblica non può essere terreno di scontro o di mediazione politica, ma deve tornare a essere una priorità nazionale, governata con una visione nuova di integrazione tra modello pubblico, primo pilastro forte e strutturato e secondo pilastro orientatati insieme alla tutela del diritto alla salute.

Abbiamo quindi operato un’analisi rigorosa, basata sui dati, ma anche una lettura politica e sindacale capace di indicare le criticità e, soprattutto, di rivendicare le soluzioni necessarie. Perché senza lavoro, senza organizzazione e senza una governance efficace, non c’è riforma che possa reggere. E senza una sanità pubblica forte, non c’è coesione sociale né sviluppo sostenibile per il Paese.

Il quadro che emerge dal monitoraggio nazionale sull’attuazione del DM 77/2022 restituisce una fotografia estremamente significativa e al tempo stesso preoccupante dello stato di avanzamento della riforma dell’assistenza territoriale nel nostro Paese. Una fotografia che, se letta con attenzione e senso di responsabilità istituzionale, evidenzia con chiarezza come il sistema sanitario stia vivendo una fase di transizione incompiuta, segnata da forti diseguaglianze territoriali, criticità organizzative e, soprattutto, da un evidente scollamento tra programmazione e reale capacità di attuazione.

Il DM 77 rappresenta uno dei pilastri della riforma sanitaria connessa al PNRR, pensato per rafforzare la medicina territoriale, ridurre la pressione sugli ospedali e garantire una presa in carico più equa e diffusa dei cittadini. Tuttavia, i dati mostrano come, a fronte di una programmazione formalmente completa, tutte le Regioni hanno adottato atti di indirizzo e pianificazione, l’attuazione concreta risulti ancora fortemente disomogenea e, in molti casi, gravemente insufficiente.

Case di Comunità

Il primo elemento che emerge con forza riguarda il divario tra strutture programmate e strutture effettivamente operative. Le Case della Comunità rappresentano il simbolo di questa contraddizione: su 1.715 strutture programmate a livello nazionale, solo 781 risultano avere almeno un servizio attivo e appena 66 sono pienamente conformi agli standard previsti dal DM 77, inclusa la presenza medica e infermieristica.

Ospedali di Comunità

Analoga criticità si riscontra negli Ospedali di Comunità: a fronte di 594 strutture previste, solo 163 risultano attive. Ancora più significativo è il dato relativo ai requisiti di personale, solo

119 strutture rispettano gli standard minimi, evidenziando una carenza evidente di professionisti sanitari. Questo dato è dirimente e introduce il nodo centrale dell’intera riforma: senza personale, la sanità territoriale resta una scatola vuota.

Sul versante delle Centrali Operative Territoriali (COT), invece, si registra un risultato apparentemente positivo, il target PNRR è stato superato, con 625 centrali pienamente funzionanti. Tuttavia, anche in questo caso, è necessario interrogarsi sulla reale capacità di queste strutture di incidere sui percorsi assistenziali. Senza un’integrazione effettiva con i servizi territoriali e senza un adeguato supporto di personale, il rischio è che le COT restino strumenti amministrativi più che operativi.

L’assistenza domiciliare rappresenta uno dei pochi ambiti in cui si registra un avanzamento significativo, con oltre 1,5 milioni di utenti over 65 assistiti, è stato superato il target del 10% previsto dal PNRR. Tuttavia, anche qui emergono forti diseguaglianze qualitative. In alcune Regioni si registrano carenze nell’assistenza medica dei medici di medicina generale o dei pediatri, mentre in altre si evidenziano limiti nell’erogazione di servizi socioassistenziali o nella fornitura di dispositivi. Questo significa che il dato quantitativo, pur positivo, non è sufficiente a garantire equità e qualità dell’assistenza.

Il sistema dei distretti

Se si guarda al sistema dei distretti, emerge un ulteriore elemento di criticità: la popolazione media per distretto è pari a circa 103.000 abitanti, in linea con lo standard teorico, ma con una variabilità enorme che va da meno di 10.000 a oltre 700.000 abitanti. Questo dato evidenzia una profonda disomogeneità organizzativa che incide direttamente sulla capacità di risposta ai bisogni dei cittadini. Inoltre, la presenza di strumenti di integrazione sociosanitaria e di quantificazione dei bisogni risulta ancora parziale, segno di un sistema che fatica a passare da una logica prestazionale a una logica di presa in carico.

Tutto ciò si intreccia in modo diretto con la questione del personale sanitario, che rappresenta oggi il vero collo di bottiglia della riforma. I dati del report, pur non entrando nel dettaglio quantitativo delle dotazioni organiche, mostrano chiaramente come la presenza medica e infermieristica sia il principale fattore limitante per l’attivazione piena delle strutture. Le Case della Comunità senza medici h24 o senza copertura infermieristica adeguata non possono svolgere il ruolo per cui sono state pensate. Gli Ospedali di Comunità privi di personale non possono garantire continuità assistenziale. Le stesse cure domiciliari rischiano di diventare insostenibili senza un adeguato rafforzamento degli organici.

In questo senso, appare evidente come la mancata programmazione del fabbisogno di personale e il ritardo nei processi di reclutamento rappresentino uno dei principali fattori di inefficienza e, quindi, di spreco. Perché di questo si tratta: ogni struttura finanziata e non attivata, ogni servizio previsto e non erogato, ogni investimento che non si traduce in prestazione è uno spreco di risorse pubbliche.

Il problema degli sprechi

E qui si innesta il terzo elemento centrale della nostra analisi, il tema degli sprechi legati alla mancata attuazione della politica sanitaria. Il PNRR ha messo a disposizione risorse ingenti per la riorganizzazione della sanità territoriale. Tuttavia, senza una governance efficace, senza una regia nazionale forte e senza un coordinamento reale tra Stato e Regioni, il rischio è quello di disperdere queste risorse in interventi incompleti, frammentati e non sostenibili nel tempo.

Gli sprechi non sono solo economici, ma anche sociali e sanitari. L’analisi dei dati contenuti nel monitoraggio consente di andare oltre la denuncia generica e di dare corpo, numeri alla mano, a quella che definiamo una vera e propria dispersione di risorse pubbliche dovuta alla mancata attuazione della riforma territoriale.

Se guardiamo alle Case della Comunità, il dato è emblematico: oltre il 95% delle strutture previste non è ancora in grado di garantire pienamente i servizi essenziali ai cittadini. Non siamo di fronte a un ritardo fisiologico, ma a un blocco strutturale della riforma. Le risorse del PNRR sono state allocate, gli investimenti sono stati programmati, ma il risultato concreto resta largamente incompiuto.

Ancora più evidente è la contraddizione nel caso degli Ospedali di Comunità: a fronte di 594 strutture previste, solo 163 risultano attive. Questo significa che più di due terzi dell’infrastruttura programmata non è disponibile per i cittadini. E anche tra quelle attive, solo 119 rispettano i requisiti minimi di personale. È qui che lo spreco assume una dimensione concreta: strutture finanziate, talvolta realizzate o in fase avanzata, ma non utilizzabili per mancanza di medici, infermieri e operatori.

Questa dinamica si riflette anche nelle Case della Comunità operative: solo 204 strutture garantiscono presenza medica secondo standard e 216 quella infermieristica, a fronte di 781 sedi attive. In altre parole, anche laddove la struttura esiste, spesso manca la sostanza, manca il lavoro, manca il personale. E senza lavoro non c’è sanità.

Questi numeri fotografano uno spreco che non è solo finanziario, pur enorme, ma che si traduce in inefficienza sistemica. Il PNRR ha previsto investimenti miliardari per rafforzare l’assistenza territoriale, ma senza una governance capace di trasformare le risorse in servizi, il rischio oggi sempre più concreto è quello di avere una rete di strutture incompiute, disomogenee e incapaci di garantire continuità assistenziale.

Un problema politico e non solo organizzativo

Per la UIL il problema non è solo tecnico o organizzativo è profondamente politico. L’assenza di una regia nazionale forte e vincolante ha prodotto un sistema a macchia di leopardo, dove ogni Regione procede con tempi, modalità e priorità differenti. I dati lo dimostrano chiaramente, alcune Regioni hanno percentuali elevate di strutture attive, altre sono ferme a livelli minimi. Questa diseguaglianza territoriale è il risultato diretto di una sanità troppo esposta alle logiche della politica locale e troppo poco governata da una visione nazionale.

Dire “basta politica in sanità” significa esattamente questo, basta con una gestione frammentata, condizionata da equilibri territoriali, da logiche di consenso e da scelte non sempre orientate all’interesse generale. La sanità pubblica non può essere terreno di mediazione politica permanente, ma deve tornare a essere un servizio universale governato da criteri di equità, efficienza e responsabilità.

Gli sprechi, infatti, non si misurano solo nei miliardi non utilizzati o mal utilizzati, ma soprattutto negli effetti che producono sulla vita delle persone. Ogni Casa della Comunità non attiva significa cittadini che continuano a rivolgersi al pronto soccorso per bisogni che potrebbero essere gestiti sul territorio. Ogni Ospedale di Comunità non operativo significa posti letto mancanti per la gestione delle cronicità e della post-acuzie. Ogni servizio domiciliare incompleto significa famiglie lasciate sole nella gestione della fragilità.

E questo si traduce inevitabilmente in un sovraccarico degli ospedali, che continuano a essere il punto di accesso principale anche per bisogni non urgenti, alimentando liste d’attesa sempre più lunghe e riducendo la qualità complessiva dell’assistenza. È un circolo vizioso che produce inefficienza e disuguaglianza: chi può permetterselo si rivolge al privato, chi non può resta intrappolato in un sistema che fatica a garantire tempi e risposte adeguate.

Per questo la nostra battaglia è chiara, non basta investire, bisogna saper spendere bene. Non basta programmare, bisogna attuare. E soprattutto, non basta costruire strutture, bisogna riempirle di lavoro, di professionalità, di diritti.

Serve una svolta netta, una governance nazionale che definisca tempi certi, responsabilità chiare e meccanismi di verifica stringenti. Serve un piano straordinario per il personale sanitario, senza il quale ogni riforma è destinata a restare sulla carta. Serve, infine, una scelta politica coraggiosa, sottrarre la sanità alle logiche di frammentazione e riportarla al centro di una visione pubblica, unitaria e solidale, costruire un modello integrativo con la sanità privata accreditata, mettendo fine al ritardo del rinnovo contrattuale al personale e creare una vera integrazione con il secondo pilastro rappresentato dai Fondi sanitari integrativi.

Perché lo spreco più grande, oggi, non è solo quello delle risorse economiche. È lo spreco di un’occasione storica per cambiare davvero il sistema sanitario e garantire ai cittadini un diritto alla salute pieno, esigibile e universale.

Il monitoraggio del II semestre 2025 consegna un sistema in movimento, ma ancora lontano dagli obiettivi prefissati. Le potenzialità della riforma restano intatte, ma rischiano di essere compromesse da ritardi, carenze di personale e inefficienze organizzative. È il momento di trasformare la programmazione in realtà, le risorse in servizi, le strutture in presidi vivi e funzionanti. È il momento di restituire centralità al lavoro e dignità alla filiera sanitaria. Solo così sarà possibile garantire ai cittadini un’assistenza territoriale davvero universale, equa e di qualità.

Dipartimento Stato Sociale, Politiche Economiche e Fiscali, Mezzogiorno, Immigrazione UIL

Articoli Correlati