Sempre più cittadini si pagano la salute di tasca propria

4' di lettura
Mi piace!
100%
Sono perplesso
0%
È triste
0%
Mi fa arrabbiare
0%
È fantastico!!!
0%

29.10.2025

L’Italia continua a investire troppo poco nella sanità pubblica, e questa scelta ha conseguenze che vanno ben oltre i numeri: è una questione di tenuta del sistema, di qualità delle cure e di capacità di attrarre e trattenere professionisti giovani. Non è solo un tema economico, ma sociale. Secondo dati recenti, la spesa sanitaria totale in Italia si attesta all’8,4% del PIL, in calo rispetto all’anno precedente e ancora ben al di sotto della media OCSE (9,2%) e UE (9,0%).

Se poi consideriamo che la spesa pubblica sanitaria è pari a circa il 6,2% del PIL, il distacco diventa ancora più netto. Questo significa che la medicina di prossimità, le cure territoriali, la rete dei servizi, faticano a decollare per mancanza di risorse e programmazione.

Un effetto evidente è la crescente spesa a carico delle famiglie: nel 2024 la componente “out-of-pocket” cioè quella spesa direttamente dai cittadini ha raggiunto circa il 23% della spesa sanitaria complessiva.  

La spesa sanitaria privata

In termini assoluti, la spesa sanitaria privata raggiunge i 42,6 miliardi di euro all’anno, pari a circa un quarto del totale della spesa sanitaria nazionale. È un segnale evidente: i cittadini si rivolgono sempre più al privato o anticipano spese perché la sanità pubblica non è in grado di rispondere sempre in tempo.

Nel settore della sanità privata accreditata, cioè strutture private convenzionate che erogano servizi per il pubblico, opera un sistema fondamentale per dare assistenza, ma qui si apre un ulteriore tema: quello del personale. Pur svolgendo un ruolo cruciale nel collegamento con il SSN, queste strutture risultano spesso caratterizzate da contratti non aggiornati: le tabelle retributive applicate al personale non medico (CCNL AIOP/ARIS) sono ferme alla firma del contratto del 2020, senza rinnovo economico da allora. Con i fondi pubblici destinati all’accreditamento non è accettabile che il personale non veda il rinnovo contrattuale da anni: è una questione di equità e di attrattività del lavoro sanitario.

Il gap professionale e retributivo

Il gap professionale e retributivo coinvolge soprattutto i giovani medici in formazione: gli specializzandi italiani sono tra i meno pagati in Europa. In Italia la remunerazione degli specializzandi, corretta per il potere d’acquisto, è tra le più basse e ha una media di 22.000 euro lordi l’anno: ci si colloca al quint’ultimo posto nel panorama europeo, davanti solo a Spagna, Grecia, Repubblica Ceca e Slovacchia.

Il problema del salario per i medici

In media, i medici dipendenti italiani guadagnano molto meno rispetto ai colleghi tedeschi o ad altri paesi europei un divario stimato del 70% nel confronto con la Germania. Questa condizione non aiuta chi, dopo anni di studio e specializzazione, si trova a scegliere se rimanere o guardare altrove: non solo per il salario, ma per le condizioni di lavoro, i turni, la prospettiva professionale.

Il personale medico e infermieristico che sostiene quotidianamente la filiera sanitaria registra una sorta di doppia penalizzazione: da un lato il sistema pubblico sottofinanziato che non consente turnover, assunzioni adeguate e condizioni ottimali; dall’altro un settore privato accreditato che, pur ricevendo risorse pubbliche, non rinnova i contratti e mantiene retribuzioni ferme da anni.

La situazione nella medicina generale

Nella medicina generale la situazione non è migliore, entro il 2027 circa 7.345 medici di base raggiungeranno l’età pensionabile, aumentando la pressione sulla copertura territoriale. Questo genera un indebolimento complessivo del servizio sanitario nazionale: la rete territoriale, cioè la vera medicina di prossimità si ritrova scoperta e non pienamente operativa. Le strutture previste dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza sono tante, ma se manca il personale e manca la continuità operativa, rischiano di rimanere “corsie vuote”.

La posizione della UIL

In questo contesto, la posizione della UIL è chiara: è necessario intervenire con investimenti strutturali e continuativi, valorizzazione economica e contrattuale del personale sanitario e una strategia nazionale per la medicina territoriale che non si limiti a pedane o edifici, ma introduca le persone, le loro competenze, la loro stabilità. La UIL chiede che il sistema pubblico riporti la spesa sanitaria almeno alla media europea nel prossimo triennio, che in parallelo venga garantita la stabilizzazione dei giovani medici e operatori sanitari con percorsi certi, che il personale delle strutture private accreditate venga trattato in modo coerente con le finalità del servizio pubblico finanziato. Solo così si potrà garantire sia che i cittadini non paghino più dalla propria tasca prestazioni che dovrebbero essere garantite, e che quei giovani medici, infermieri, tecnici sanitari scelgano di restare, possano portare avanti la professione e di farla crescere nel Paese. La Filiera Sanitaria tutta è volano dell’economia del Paese e il personale sanitario è un bene sociale. La scelta di investire in loro significa investire nel futuro.

UIL Servizio Stato Sociale, Politiche Economiche e Fiscali, Immigrazione

 

Articoli Correlati