Sanità digitale: l’Italia divisa che mette a rischio il futuro del Servizio sanitario nazionale
02.04.2026
La digitalizzazione della sanità pubblica italiana, pilastro strategico della Missione 6 del Pnrr, rischia di trasformarsi in un’occasione mancata. I dati aggiornati al terzo trimestre 2025 restituiscono infatti un quadro preoccupante: ritardi nella spesa, forti disomogeneità territoriali e una distanza ancora significativa tra innovazione progettata e servizi realmente disponibili per cittadini e operatori.
A fronte di circa 15,63 miliardi destinati all’ammodernamento del Servizio sanitario nazionale, di cui oltre 8,6 miliardi per digitalizzazione e gestione dei dati, la spesa procede a rilento. Emblematico è il caso dell’ammodernamento del parco tecnologico ospedaliero: su 3,1 miliardi disponibili, è stato utilizzato appena il 39%. Ancora più critica la situazione della telemedicina, ferma all’11% della spesa, con molte regioni che non hanno ancora effettuato pagamenti. Anche sul rafforzamento delle infrastrutture per i dati sanitari, la spesa si attesta al 31%, con punte minime – o addirittura nulle – in regioni come Lazio e Friuli-Venezia Giulia.
Non solo lentezza, ma frammentazione territoriale
Non si tratta solo di lentezza, ma di una frammentazione evidente. Alcune regioni del Nord avanzano più rapidamente, mentre ampie aree del Paese, soprattutto nel Mezzogiorno, restano indietro. Tuttavia, come sottolinea lo studio Uil, non esiste una linea netta Nord-Sud: il vero problema è l’assenza di un coordinamento nazionale efficace, che si traduce in sistemi tecnologici regionali spesso incapaci di dialogare tra loro.
Il caso del Fascicolo sanitario elettronico (FSE) è paradigmatico
Il caso del Fascicolo sanitario elettronico (FSE) è paradigmatico. Nonostante siano stati completati molti passaggi normativi e tecnici – dalle linee guida nazionali al gateway di interoperabilità fino all’avvio del FSE 2.0 – l’utilizzo reale resta limitato: solo il 27% dei cittadini accede effettivamente ai propri dati. Eppure, il FSE rappresenta uno strumento strategico fondamentale: una vera e propria “carta d’identità sanitaria” digitale del paziente, che raccoglie in modo organico tutti i dati relativi alla sua storia clinica e al suo stato di salute. Tali informazioni, nel pieno rispetto della privacy e previo consenso dell’interessato, possono essere rese disponibili ai fini di cura, prevenzione e profilassi, migliorando la continuità assistenziale, la qualità delle prestazioni e la tempestività degli interventi sanitari. Anche qui, le differenze territoriali sono marcate: alcune regioni superano il 60% di utilizzo, mentre altre non raggiungono il 10%.
Eppure, le scadenze si avvicinano rapidamente. Entro il 31 marzo 2026 il Fascicolo sanitario elettronico dovrà essere pienamente operativo e alimentato in modo sistematico. I referti dovranno essere caricati entro 5 giorni dall’erogazione delle prestazioni, si procederà verso l’adozione di modelli standard nazionali e verso una vera e propria “carta d’identità sanitaria” digitale del cittadino. Si tratta di cambiamenti profondi, destinati a incidere concretamente sulla vita quotidiana delle persone, sull’accesso alle cure e sull’organizzazione del lavoro sanitario.
Ma senza un’accelerazione decisa, questi obiettivi rischiano di rimanere sulla carta. La stessa Corte dei conti ha richiamato la necessità di intensificare la spesa e rendere pienamente operativa la misura “Casa come primo luogo di cura e telemedicina”, su cui è stato speso appena il 33% delle risorse disponibili.
Serve un’armonizzazione legislativa nazionale
Per la Uil è indispensabile un cambio di passo. Serve innanzitutto un’armonizzazione legislativa nazionale che garantisca interoperabilità, standard comuni e sicurezza dei dati, in linea con il Data Governance Act, lo Spazio europeo dei dati sanitari e l’AI Act. L’autonomia regionale, in assenza di una regia forte, ha prodotto soluzioni isolate che non costruiscono un vero sistema.
Al tempo stesso, è necessario rafforzare il monitoraggio, legando le risorse residue a risultati concreti: utilizzo effettivo del FSE, accessibilità per i cittadini, integrazione nei percorsi di cura. Non basta rispettare i target amministrativi, occorre verificare l’impatto reale delle misure.
Un nodo centrale è rappresentato dal lavoro. La digitalizzazione non può essere scaricata sulle spalle degli operatori sanitari, già sottoposti a forte pressione. È fondamentale investire in formazione continua e strutturata, da svolgere in orario di lavoro, su ambiti cruciali come intelligenza artificiale, gestione dei dati clinici e cybersecurity. Solo così si possono evitare rischi operativi e responsabilità improprie.
Evitare una sanità a doppia velocità
Altrettanto urgente è evitare una sanità a doppia velocità. Da un lato, grandi strutture private capaci di investire in tecnologie avanzate; dall’altro, strutture pubbliche e piccole realtà convenzionate che rischiano di restare indietro, con conseguenze dirette sulla qualità dei servizi e sull’equità del sistema.
Se ben governata, la trasformazione digitale può rappresentare una svolta: spostare l’assistenza dall’ospedale al territorio, ridurre la pressione sui pronto soccorso, migliorare la presa in carico dei pazienti cronici, alleggerire il carico di lavoro del personale e rafforzare gli interventi su disabilità e non autosufficienza.
Ma il tempo è limitato. Le risorse del Pnrr non sono infinite e le scadenze europee sono stringenti. Sprecarle significherebbe compromettere non solo un progetto di innovazione tecnologica, ma la possibilità di costruire un nuovo modello di sanità pubblica, più vicino ai cittadini, più equo e più efficiente.
La sfida è aperta. E non riguarda solo l’innovazione, ma il futuro stesso del Servizio sanitario nazionale.
UIL – Servizio Stato Sociale, Politiche Economiche e Fiscali, Mezzogiorno, Immigrazione
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