Un’istantanea del Paese reale tra fragilità e qualche segno positivo

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05.12.2025

Il nuovo Rapporto BES dell’Istat ci offre, ancora una volta, una fotografia nitida del Paese reale. Non del Paese raccontato dalle cifre del PIL, ma di quello che le persone vivono ogni giorno. È uno strumento ormai consolidato, capace di misurare il benessere attraverso un sistema di indicatori che guardano alla qualità della vita, alla coesione sociale, al funzionamento delle istituzioni e alla sostenibilità ambientale. È da qui che dobbiamo partire per capire dove l’Italia sta andando e, soprattutto, dove sta rischiando di non andare.

Un quadro complesso

Anche quest’anno i dati mostrano un quadro complesso. Ci sono segnali positivi, ma anche molte conferme delle fragilità strutturali del Paese. Gli indicatori legati ai servizi, all’istruzione, ad alcuni aspetti del lavoro e della qualità dell’ambiente migliorano; altri restano fermi; altri ancora peggiorano. E rimangono profonde disuguaglianze territoriali, che continuano a riflettersi nel divario tra Centro-Nord e Mezzogiorno e, più in generale, tra territori che hanno strumenti e opportunità e territori che ne sono privi. Il BES, inoltre, mostra con chiarezza come le fragilità tendano a sommarsi: livello di istruzione, età, genere e luogo di residenza si intrecciano, creando zone di rischio socioeconomico in cui l’ascensore sociale è sostanzialmente bloccato.

Il confronto con altri Paesi UE

Il confronto con l’Europa conferma queste ombre: casi di povertà in aumento, disuguaglianze più ampie rispetto alla media UE, rischi sociali più diffusi e una tenuta istituzionale debole. Il Paese presenta, certo, punti di forza – dalla speranza di vita più alta alla minore incidenza dei costi abitativi – ma si tratta di elementi che non compensano la crescente erosione delle condizioni di vita nelle fasce più vulnerabili.

Tra le parti più significative del Rapporto BES vi è quella relativa all’ambiente e all’energia, che quest’anno merita un approfondimento ancora più attento. L’Istat registra alcuni progressi: cresce in modo importante la percentuale di popolazione residente in Comuni che superano il 65% di raccolta differenziata, scende ulteriormente il ricorso alla discarica e, seppur lentamente, migliorano alcuni indicatori di qualità dell’aria. Sono segnali che dimostrano come, quando esistono politiche pubbliche chiare e investimenti stabili, i risultati arrivano.

Le criticità

Tuttavia, accanto a questi miglioramenti, il Rapporto mette in luce criticità profonde, strutturali, che richiedono un salto di qualità nelle politiche industriali e energetiche. La dispersione idrica supera il 42%: significa che quasi metà dell’acqua immessa nelle reti va persa, un dato che non solo rappresenta un enorme spreco di risorse, ma che testimonia la fragilità infrastrutturale del Paese. Le emissioni pro capite di CO₂ restano elevate, a conferma che la decarbonizzazione procede troppo lentamente. Il consumo complessivo di materiali rimane inchiodato su livelli altissimi, che non mostrano ancora quel cambio di paradigma verso l’economia circolare di cui da anni si parla. E, soprattutto, la quota di energie rinnovabili sulla copertura energetica dei consumi totali resta ferma attorno al 19%, una soglia che colloca l’Italia indietro rispetto agli obiettivi europei e che segnala un blocco, prima ancora che tecnico, politico e strategico.

Il BES ci mostra dunque che il Paese si sta muovendo, ma non abbastanza. La transizione ecologica procede a macchia di leopardo: avanzano i territori e i settori sostenuti da investimenti pubblici adeguati, da un sistema di imprese innovativo o da una governance locale lungimirante; restano indietro, invece, le aree più fragili, incapaci di attirare capitali o dove mancano le infrastrutture essenziali. Questo produce una conseguenza evidente: rischiamo una transizione che acuisce le disuguaglianze invece di ridurle.

Il ruolo del sindacato

Ed è qui che il ruolo del sindacato diventa irrinunciabile. Perché la transizione, come ci ricorda il BES, è oggi uno dei principali fattori in grado di influenzare il benessere del Paese. Ma una transizione lasciata a sé stessa, o guidata esclusivamente dalle logiche di mercato, rischia di generare perdita di posti di lavoro, polarizzazione territoriale, crescita dei costi per le famiglie, indebolimento dell’apparato produttivo nazionale. Non possiamo accettare che la decarbonizzazione avvenga scaricandone i costi su lavoratrici e lavoratori o sulle comunità più fragili. Non possiamo tollerare che ritardi infrastrutturali e incertezze normative blocchino gli investimenti, generando una transizione incompleta e iniqua.

Occorrono, invece, scelte politiche chiare, capaci di unire obiettivi climatici, sviluppo industriale e tutela dell’occupazione. Servono investimenti pubblici massicci per ridurre le perdite idriche, sviluppare reti energetiche moderne, sostenere la produzione di energia da rinnovabili senza mettere a rischio l’industria e la coesione dei territori. È indispensabile una programmazione nazionale che dia certezze alle imprese e che includa strumenti forti di protezione e riqualificazione per lavoratrici e lavoratori coinvolti nei processi di riconversione. E serve un governo che assuma la transizione energetica non come un vincolo imposto dall’Europa, ma come l’occasione per rinnovare il sistema produttivo, migliorare la qualità della vita e ridurre le fragilità sociali.

Necessaria più coesione sociale, qualità del lavoro e sostenibilità ambientale

Per tutte queste ragioni, le conclusioni che traiamo dal BES sono, quest’anno, ancora più nette e determinanti. Se l’Italia vuole diventare un Paese in cui il benessere è un diritto e non un privilegio, deve adottare una strategia che unisca coesione sociale, qualità del lavoro, sostenibilità ambientale e innovazione. E questo potrà avvenire solo se le scelte saranno partecipate, discusse, costruite assieme alle parti sociali. Senza la voce dei lavoratori, senza il contributo delle rappresentanze sindacali, la transizione rischia di essere una transizione zoppa, che lascia indietro proprio chi produce ricchezza in questo Paese.

Come UIL, rivendichiamo con forza un nuovo patto sociale centrato sul benessere: un patto che unisca lavoro, diritti, sicurezza, servizi pubblici, politiche territoriali e una transizione ecologica giusta. Il BES ci indica la strada: ora è la politica che deve assumersi la responsabilità di percorrerla. Perché la sfida che abbiamo davanti non è crescere in senso quantitativo, ma far crescere il benessere, la giustizia sociale e la qualità della vita. Senza questi elementi, nessun indicatore economico potrà raccontare un Paese migliore.
E senza il lavoro — e senza chi il lavoro lo rappresenta — nessuna transizione potrà essere davvero giusta.

Uil Dipartimento Ambiente

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