Poveri piccoli. Perché oggi crescere in Italia è così difficile
31.07.2025
Il nuovo Focus pubblicato dall’ISTAT, e basato sui dati EU-SILC 2024, offre un aggiornamento impietoso ma necessario sulle condizioni di vita dei minori in Italia. Il quadro che ne emerge è nitido quanto scoraggiante: la povertà minorile non è un’emergenza passeggera, ma un fenomeno strutturale, radicato, trasversale e fortemente alimentato da dinamiche familiari, economiche e territoriali.
Nel 2024, il 26,7% dei minori sotto i 16 anni vive in condizioni di rischio di povertà o esclusione sociale, con picchi drammatici nel Mezzogiorno, dove la quota tocca il 43,6%. Anche laddove si registrano lievi miglioramenti rispetto al 2021, il sistema continua a generare disuguaglianze crescenti. A essere colpite sono soprattutto le famiglie più fragili, come i nuclei monogenitoriali con due o più figli, dove il rischio supera il 53%. Al contrario, tra i minori che vivono con entrambi i genitori e senza fratelli l’incidenza scende al 18,1%, a conferma del ruolo cruciale giocato dalla configurazione familiare e dalla disponibilità di reddito.
Il lavoro dipendente, un tempo considerato fattore di protezione, oggi offre una sicurezza sempre più illusoria. Contratti instabili, salari insufficienti e il deterioramento complessivo della qualità occupazionale limitano la capacità di garantire ai figli l’accesso a beni e servizi essenziali. Ancora più vulnerabili sono le famiglie dei lavoratori autonomi, colpite dalla volatilità dei redditi e dalla scarsa efficacia dei sistemi di welfare.
La composizione del nucleo familiare
La composizione del nucleo familiare continua a incidere in modo decisivo. Le famiglie con almeno tre figli minori registrano redditi medi equivalenti molto più bassi rispetto alla media nazionale: si parla di 14.946 euro l’anno, che scendono a 13.882 nel Mezzogiorno, contro i 24.488 delle famiglie residenti al Nord. La povertà economica si intreccia così ai divari territoriali e al capitale socio-culturale, generando meccanismi di esclusione difficili da spezzare.
L’istruzione dei genitori
L’istruzione dei genitori rappresenta uno dei principali fattori predittivi della condizione economica dei figli. Più della metà dei minori con genitori senza licenza media vive in povertà, mentre questa quota crolla al 10% se almeno un genitore è laureato. La povertà, insomma, non è solo mancanza di denaro, ma anche povertà educativa, povertà di opportunità, povertà di reti e di prospettive. E il circolo vizioso si ripete.
La cittadinanza
La cittadinanza, a sua volta, segna un’altra linea di faglia. I minori stranieri affrontano un rischio di povertà pari al 43,6%, quasi il doppio rispetto ai coetanei italiani (23,5%). Nel Mezzogiorno, l’incidenza tra i minori stranieri tocca un inquietante 78,2%. Tuttavia, il dato più crudo è che metà dei minori poveri in Italia sono bambini italiani che vivono nel Sud. Il problema non è “altro da noi”. È dentro casa nostra, radicato nei territori abbandonati e nei silenzi istituzionali.
Le differenze territoriali
Le condizioni materiali raccontano una storia che le statistiche, da sole, non riescono a comunicare. L’11,7% dei minori vive in deprivazione materiale e sociale, privati dell’accesso a beni e servizi essenziali. Le differenze territoriali sono evidenti: 7,8% nel Nord, 4% nel Centro e oltre il 21% nel Sud. Tra i minori colpiti, uno su sei affronta almeno nove segnali di disagio, che vanno dall’assenza di connessione internet alla rinuncia ad attività educative o ludiche, fino alla mancanza di abiti adeguati. È la fotografia quotidiana di una povertà che priva dell’essenziale senza mai fare rumore.
Altri dati parlano da soli. Il 17,9% delle famiglie non riesce a sostituire mobili danneggiati, il 14,7% rinuncia a una settimana di vacanza, il 9,3% non può sostenere attività extrascolastiche, e il 3% vive senza una connessione internet adeguata. Il 5% dei minori vive in condizioni di insicurezza alimentare, una quota che sfiora il 10% nel Mezzogiorno e supera l’8% tra le famiglie monogenitoriali.
La casa
L’abitare, anche in questo caso, è rivelatore: più di un terzo delle famiglie con figli minori vive in abitazioni sovraffollate, con percentuali più alte per i nuclei con madri sole o in affitto, e drammatiche punte del 70,7% tra le famiglie con percettore di reddito straniero. Si cresce in spazi inadatti, spesso degradati, senza privacy, senza luoghi sicuri, senza reti di prossimità. È una povertà che diventa architettura.
I servizi per l’infanzia
Grave anche la situazione dei servizi per l’infanzia. Nel 2024, il 57,8% dei bambini tra 0 e 2 anni non frequentava alcun servizio educativo, con un picco del 64,6% nel Mezzogiorno. L’esclusione precoce compromette ogni possibilità di colmare i divari prima che si cristallizzino, alimentando disuguaglianze che iniziano nella culla e spesso finiscono nella marginalità adulta.
La trasmissione intergenerazionale della povertà
E, infatti, il dato forse più spietato è quello sulla trasmissione intergenerazionale della povertà. In Europa, il 20% dei bambini poveri resta povero da adulto. In Italia, questa quota sale al 34%. Se almeno un genitore è laureato, la probabilità crolla all’8%. Ma per chi non ha questa fortuna, il destino sembra già scritto.
In questo contesto, le politiche pubbliche attualmente in vigore si mostrano frammentate, occasionali, pensate più come risposte tampone che come leve di trasformazione sociale. Anche il nuovo Piano nazionale per l’infanzia e l’adolescenza, pur rappresentando un passo formale, resta debole nella sostanza: manca di obiettivi vincolanti, di indicatori misurabili, di risorse certe e di una chiara definizione delle responsabilità istituzionali. In poche parole, è una cornice senza disegno.
Serve un cambio di passo radicale. Lo dice da tempo anche la UIL: è necessario passare da misure emergenziali a politiche strutturali, stabili, coordinate. Politiche che definiscano chiaramente i ruoli di Stato, Regioni e Comuni e che intervengano in modo integrato su tutti i fattori che alimentano la vulnerabilità infantile. Il rafforzamento dell’Assegno Unico in chiave strutturale e universale è un passaggio imprescindibile, ma non sufficiente. Occorre superare la logica dei bonus occasionali e delle misure categoriali che finiscono per moltiplicare le diseguaglianze anziché ridurle.
Il problema dell’accesso ai servizi pubblici
Un punto cruciale riguarda l’accesso ai servizi pubblici essenziali (sanitari, educativi, sociali) con attenzione particolare alla fascia 0–6 anni, oggi la più esposta e meno tutelata. Garantire nidi, consultori, pediatria di comunità e presidi territoriali non è un obiettivo a lungo termine: è un’urgenza civile.
Non meno importante è l’intervento sulle condizioni abitative e sui contesti di vita. Troppi minori crescono in ambienti segnati dal degrado, dal sovraffollamento, dall’assenza di spazi sicuri. Intervenire nelle periferie, nelle aree interne, nei quartieri dimenticati, significa riconoscere il diritto all’infanzia come diritto concreto, quotidiano, esigibile.
L’infanzia non è un tempo vuoto, sospeso, in attesa che la vita vera cominci. È proprio durante i primi anni di vita che si consolidano le basi materiali, affettive e educative da cui dipenderanno le possibilità future di una persona.
Se uno Stato smette di investire sull’infanzia, smette anche di investire sulla propria tenuta democratica, poiché non è solo una fase della vita individuale, ma anche la misura della qualità etica e politica di una società. Contrastare la povertà minorile, quindi, non è una gentile concessione, ma un dovere pubblico e politico che incide direttamente sulla qualità della convivenza civile e sul futuro collettivo del Paese.
Dipartimento Stato Sociale, Politiche Economiche e Fiscali, Mezzogiorno, Immigrazione – UIL
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