Pari opportunità, dopo la nascita di un figlio le donne perdono il lavoro cinque volte più degli uomini: lo studio

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20.05.2022

L’Italia non è un Paese per mamme. Uno studio di Ipsos sulle pari opportunità commissionato da WeWorld, un’organizzazione indipendente che da oltre cinquant’anni si occupa dei diritti di donne e bambini, ha indagato le principali ragioni del perché a fare le spese della genitorialità, sul piano occupazionale, sono le donne.

Non è una novità: abbiamo trattato spesso il tema, anche recentemente in occasione dell’Assemblea Nazionale del coordinamento UIL per le pari opportunità e le politiche di genere. Quello che però emerge dal rapporto Ipsos è che le donne, quando diventano madri, perdono il proprio posto di lavoro cinque volte più degli uomini: ossia, il 25% contro il 5%. Ne consegue che non solo rinunciano a una indipendenza economica, ma anche alla possibilità di avanzamenti di carriera e di ricoprire ruoli dirigenziali.

Lo studio commissionato da Ipsos aveva l’intento di indagare come vengano utilizzati i congedi, soprattutto quello di paternità, in modo da comprendere dove si possa agire praticamente per ridurre il gap e ritrovare un assetto che non metta necessariamente in condizione le donne di dover scegliere tra la famiglia e il lavoro.

Lo schema che regola i congedi è fortemente legato a un sistema che vede la donna come colonna portante della famiglia: una figura esclusivamente dedita alle cure di bambini e anziani. In tale contesto, l’uomo è sì padre, ma soprattutto lavoratore.

Un’articolazione che in realtà è discriminatoria per entrambi i sessi: le donne sono limitate dal punto di vista professionale, mentre gli uomini hanno meno possibilità di vivere l’ambiente familiare. Entrambi condividono quindi uno scarso work life balance.

CONGEDO DI PATERNITÀ: COSA NE PENSANO I GENITORI?

L’indagine Ipsos rileva che molti genitori non conoscono la normativa vigente in materia di congedi. Infatti, solo un genitore su cinque sa che il congedo di paternità ha la durata di dieci giorni. Mentre un genitore su quattro sa che i congedi parentali sono sì retribuiti, ma al 30%. Inoltre, un padre su due sostiene di aver usufruito del congedo di paternità. Il dato riguarda soprattutto gli uomini più giovani, in età compresa tra i 18 e i 44 anni.

Quanto invece al congedo parentale, condiviso a entrambi i genitori, si evidenzia che: se lavorano entrambi, sono le donne a utilizzarlo maggiormente: sei casi su dieci, per gli uomini invece un caso su dieci.

In più, tra gli intervistati, il 36% dei padri non ha usufruito del congedo perché la madre era inoccupata. Di rimando, il 29% delle madri ha utilizzato il congedo perché il padre non poteva in alcun modo assentarsi dal lavoro. Due immagini che a specchio rendono chiarissima la posizione in cui si trovano le due figure genitoriali.

Il rapporto indica inoltre cosa pensano i diretti interessati dell’attuale normativa sui congedi. Donne e uomini concordano che i congedi sono davvero troppo brevi. Il 64% dei padri vorrebbe che il congedo fosse almeno di due mesi e il 37% almeno di quattro. Anche il 73% delle madri preferirebbe che il congedo di paternità fosse esteso ai due mesi.

Tutto ciò, in sostanza, spiega perché sempre più donne decidono, nel caso in cui mantengano il lavoro, di passare a un part-time, qualora venga concesso.

SI DEVE FARE DI PIÙ

Marco Chiesara, presidente di WeWorld, ha sintetizzato i risultati dello studio concludendo che: “I nostri sistemi economici si basano ancora su un modello di carriera stereotipato e che deve caratterizzarsi per un andamento lineare e privo di interruzioni. […] Non sono i figli/e in sé a impedire l’empowerment economico femminile, ma il perpetuarsi di modelli economici e di organizzazione vita-lavoro superati: una revisione della normativa sui congedi è quindi necessaria, come elemento di una più ampia azione culturale e politica, per garantire una società più equa per tutti e tutte. È una questione di giustizia sociale, urgente e fondamentale”.

Partiamo proprio da qui: una questione di giustizia sociale. Bisogna ripensare alle politiche per la famiglia, si deve concretamente lavorare su coperture previdenziali e infrastrutture sociali. Si deve ridisegnare un quadro sociale che vada a sovvertire logiche anacronistiche e non più applicabili. Anche perché l’attuale struttura del sistema porta inevitabilmente a un calo delle nascite, tema molto discusso negli ultimi giorni, considerati i dati scoraggianti sulla natalità. Si deve e si può fare decisamente di più.

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