L’insostenibile e ingiusto fardello sulle spalle delle donne
14.07.2025
“Avevo un contratto precario, poco più di 800 euro al mese. Ho pensato che, tra asilo nido e babysitter per coprire i giorni di malattia e il pomeriggio fino al mio rientro a casa, avrei finito per spendere di più, così ho preferito lasciare. Almeno mia figlia la cresco io”.
I figli, solitamente, hanno anche un papà, eppure questo discorso lo sentiamo fare solo dalle donne.
La situazione lavorativa delle donne in Italia
Le donne, dopo la maternità, spesso si dimettono, molto più degli uomini: nel 2024 l’Ispettorato del Lavoro ha convalidato 60.756 richieste di dimissioni e risoluzioni consensuali di genitori entro i primi tre anni di vita del* bambin* e, di queste, oltre il 69% erano da parte di lavoratrici madri. I papà hanno rappresentato circa il 31% del totale dei provvedimenti e, soprattutto, oltre i due terzi di questi papà si sono dimessi per passare a un’altra azienda (quindi, si presuppone, per passare a condizioni più favorevoli). Non per difficoltà di conciliazione delle responsabilità di cura con il proprio lavoro, motivazione portata, invece, dal 77,5% delle madri.
Le donne, madri o meno, che lavorano lo fanno spesso con contratti discontinui, molto più degli uomini: riguardano le donne quasi il 44% delle assunzioni fatte con contratti precari ma la percentuale femminile scende al 37 per cento tra le assunzioni a tempo indeterminato.
Sono sempre donne la maggior parte delle persone che lavorano part-time: il 76% del totale. Così come sono una quota maggiore, rispetto agli uomini, le donne che il tempo parziale non lo hanno scelto ma lo hanno subito: il 15,6% del totale degli occupati, solo il 5,1% nel caso degli uomini.
Le donne vanno via via scomparendo man mano che si risale lungo la piramide degli inquadramenti aziendali: sono il 32,4% dei quadri, il 21,1% dei dirigenti. Il 6% degli amministratori delegati.
Poi, certo, c’è il gender pay gap: il differenziale retributivo di genere. Una distanza media, per il settore privato, che supera i venti punti percentuali e arriva a sfiorare addirittura i 40 in alcuni settori (attività finanziarie e assicurative: -32,1%, attività professionali scientifiche e tecniche: -35,1%, attività immobiliari: -39,9%).
Le pensioni povere delle donne
A valle di tutto questo, arriviamo al momento della pensione: le donne, che vivono mediamente più a lungo degli uomini ma in peggiori condizioni di salute, hanno pensioni poverissime rispetto alla controparte maschile.
“Nel lavoro dipendente privato gli importi medi delle pensioni di anzianità/anticipate e di invalidità per le donne sono rispettivamente del 25,5% e del 32% inferiori rispetto a quelli degli uomini, mentre nel caso delle pensioni di vecchiaia il divario raggiunge il 44,1%”. Lo si legge nel Rendiconto di genere dell’INPS pubblicato nel febbraio 2025. Questo significa che, sempre parlando del lavoro dipendente del settore privato, l’importo medio mensile per le pensioni di vecchiaia maschili è di 1.359,8 euro, mentre per le donne l’importo è di 760,5 euro. Nel pubblico, sempre per le pensioni di vecchiaia, le cose vanno leggermente meglio ma la differenza di genere è comunque alta e arriva al 35,9 per cento: le donne prendono in media una pensione di 1.975 euro, gli uomini di 3.065 euro.
Una cifra che dovrebbe farci paura: è l’avviso cristallino e ineludibile di un’emergenza sociale che sta per investirci con grande forza.
Le pensioni delle donne non sono un problema a sé stante, una criticità che emerge dal nulla: sono, in maniera evidente, il risultato di una serie di storture, disuguaglianze e difficoltà che le donne affrontano nel corso di tutta la loro vita attiva.
Questa è, del resto, la ragione per cui continuiamo a ripetere che non ci si può occupare della condizione delle donne con provvedimenti spot: si tappa un buco ma la barca continua ad affondare, perché i buchi sono centinaia. Serve un approccio sistemico, servono investimenti seri (e competenze per utilizzarli con criterio), serve un cambiamento culturale radicale e duraturo in tutta la società.
Serve, insomma, mettersi di buona lena per costruire, magari insieme, una barca nuova.
UIL Servizio Lavoro, Coesione e Territorio
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