La transizione verso l’economia circolare non deve essere guidata solo da logiche di mercato
21.07.2025
Il recente Rapporto sull’economia circolare, curato dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile in collaborazione con ENEA, ha messo in evidenza come l’Italia continui a ricoprire un ruolo di primo piano in Europa per livello di circolarità.
Il nostro Paese si conferma al secondo posto tra i 27 Stati membri dell’Unione europea, subito dopo i Paesi Bassi e davanti a economie avanzate come Germania, Francia e Spagna. Si tratta di un primato costruito su risultati concreti: nel 2023, la produttività delle risorse ha raggiunto i 4,3 euro per chilogrammo di materia consumata, un dato nettamente superiore alla media europea, che si attesta a 2,7 euro. Anche il tasso di utilizzo circolare dei materiali si attesta su valori eccellenti, pari al 20,8%, più del doppio rispetto alla media UE (11,8%).
L’economia circolare, quindi, rappresenta già oggi un settore strategico per il nostro sistema produttivo, contribuendo in modo determinante alla riduzione delle emissioni di anidride carbonica, alla diminuzione del consumo di materie prime e alla gestione più efficiente dei rifiuti. Secondo una stima della Cassa Depositi e Prestiti, nel 2024 l’adozione di pratiche circolari ha comportato un risparmio di 16,4 miliardi di euro per le imprese manifatturiere italiane. A livello europeo, la Commissione ha stimato un potenziale risparmio annuo di 45 miliardi di euro in costi energetici grazie a un’economia più circolare. Si tratta di benefici economici importanti, che si affiancano a vantaggi ambientali fondamentali, in linea con gli obiettivi di decarbonizzazione e contrasto al cambiamento climatico previsti dal Green Deal europeo.
Servono politiche coraggiose
Tuttavia, questi risultati, per quanto positivi, rischiano di rimanere parziali e insufficienti se non saranno accompagnati da politiche coraggiose capaci di trasformare l’economia circolare in un vero volano per l’occupazione di qualità. A fronte dei progressi ambientali e industriali, il Rapporto segnala infatti un calo degli investimenti privati nel settore circolare (-22% rispetto al 2019) e una riduzione degli occupati nelle attività tipiche dell’economia circolare, con una flessione del 7% rispetto al 2019. Un segnale preoccupante che mette in luce un rischio concreto: perdere una straordinaria occasione per creare lavoro stabile, qualificato e con prospettive durature.
Le posizioni della UIL
Come UIL, ribadiamo con forza che non può esserci transizione ecologica senza transizione sociale. L’ambizione di un’economia decarbonizzata e più efficiente sotto il profilo delle risorse deve necessariamente intrecciarsi con un rafforzamento dell’occupazione, con la tutela dei diritti delle lavoratici, dei lavoratori e con un progetto industriale che tenga insieme riconversione produttiva e coesione sociale.
Esiste un grande potenziale inespresso: gli studi stimano che, grazie a un’efficace strategia circolare, si potrebbe ridurre del 14,5% il consumo di materiali entro il 2030, aumentare il tasso di riciclo fino all’89,8%, abbattere significativamente la produzione di rifiuti e migliorare sensibilmente la sicurezza dell’approvvigionamento delle materie prime, riducendo la dipendenza dalle importazioni per un valore stimato in oltre 82 miliardi di euro. Ma tutto ciò sarà possibile solo se l’economia circolare verrà sostenuta da un solido impianto di politiche industriali, da un piano organico per il lavoro nella transizione ecologica e da un sistema di incentivi pubblici vincolati alla qualità dell’occupazione.
Formazione continua, sostegno alla contrattazione collettiva, valorizzazione delle filiere produttive
La formazione continua, il sostegno alla contrattazione collettiva, la valorizzazione delle filiere produttive ad alto contenuto di circolarità e il rafforzamento del ruolo del sindacato nei processi di cambiamento industriale sono elementi essenziali per rendere la transizione una vera occasione di progresso per il Paese.
In questo scenario, è indispensabile che l’Italia assuma un ruolo guida nella piena attuazione delle misure previste dal “Circular Economy Action Plan” europeo, sostenendo con convinzione un rafforzamento del “Clean Industrial Deal”. Al tempo stesso, occorre sviluppare una strategia nazionale sulle materie prime critiche che punti con decisione sul recupero, il riciclo e il riutilizzo, per rafforzare l’autonomia strategica e industriale del nostro sistema produttivo.
Il cambiamento in corso, segnato da crisi industriali, instabilità geopolitiche e trasformazioni ambientali profonde, richiede una visione di lungo periodo. Non possiamo permetterci che la transizione verso un’economia circolare venga guidata unicamente dalla logica del mercato. Serve un progetto di Paese che metta al centro il lavoro, la dignità delle persone e la tenuta sociale dei territori. La sfida della circolarità è un’opportunità straordinaria: come UIL intendiamo coglierla pienamente, continuando a rivendicare con determinazione il nostro ruolo nei processi decisionali, nella definizione dei piani industriali e nell’individuazione delle priorità dell’intervento pubblico. Solo attraverso un impegno condiviso e strutturato l’economia circolare potrà davvero diventare un pilastro di un’economia giusta, inclusiva e orientata al futuro
Dipartimento Ambiente UIL
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