La nostra impronta ecologica sta schiacciando il pianeta

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16.11.2022

L’iper-consumismo sta soffocando la Terra. Sul nostro pianeta ci sono più oggetti artificiali di piante, alberi e animali. In termini tecnici, questo significa che la massa totale dei prodotti fabbricati dall’uomo, con i suoi mille miliardi di tonnellate, ha superato la biomassa terrestre. È la plastica, inoltre, a vincere il triste primato del materiale che pesa di più di tutte le creature marine e terrestri messe insieme. Già due anni fa ne aveva parlato l’Istituto Weizmann di Israele con uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Nature.

Successivamente anche il WWF è arrivato alle stesse conclusioni e nel Living Planet Report le ha collegate alla crescita esponenziale della popolazione umana. Tanto è vero che se nel 1970 sulla Terra vivevano 4 miliardi di persone, oggi sono il doppio. E mentre gli esseri umani aumentano, flora e fauna diminuiscono. Sempre il WWF ha stimato che un milione di specie sono a rischio e i relativi tassi di scomparsa sono dalle 100 alle 1000 volte più rapidi di quelli naturali. La stessa organizzazione parla addirittura di situazione da codice rosso.

Un disastro annunciato 

Ma il problema non è nuovo alla comunità scientifica. Il sorpasso dell’artificiale sul naturale era previsto da tempo. Infatti, da più di un secolo, si era osservato che la produzione umana tendeva a raddoppiare, in media, ogni venti anni. Dagli anni ’50, si è poi registrata una netta accelerazione produttiva che si è progressivamente intensificata, mentre la biomassa rimaneva  invariata o, peggio, diminuiva. Per restituire al meglio la gravità del problema basti considerare che “per ogni essere umano vivente, la massa degli oggetti prodotti equivale a più del proprio peso corporeo”. Un dato decisamente differente da quello registrato all’inizio del XX secolo quando la cosiddetta massa antropica era solo il 3% di quella presente sulla Terra.

I danni della filiera alimentare… 

Questo incalzante squilibrio tra artificiale e naturale è aggravato dall’attività agricola. La superficie terrestre dedicata alla coltivazione intensiva è in continua espansione a discapito di molti habitat naturali, come le foreste tropicali. Perciò non stupisce che l’80% della deforestazione globale, il 70% del consumo di acqua dolce e il 29% delle emissioni clima alteranti, dipendano proprio dalla filiera alimentare. Il suo sviluppo, dalla prima rivoluzione agricola ad oggi, è arrivato a dimezzare la massa delle piante presenti sulla Terra, con pericolose conseguenze sul ciclo di carbonio e sulla salute umana.

…e non solo

Inoltre, non va sottovalutato l’impatto di altre forme di sfruttamento di specie vegetali o animali. Stock ittici, bracconaggio e  traffici illegali di specie protette hanno provocato ingenti perdite nel mondo naturale. Altre sono derivate poi dall’inquinamento e dall’uso di pesticidi che hanno ucciso intere popolazioni di insetti impollinatori e svariati invertebrati acquatici. Infine, la delicata armonia degli ecosistemi è stata traumatizzata anche dalle forme di vita e dagli agenti patogeni che l’azione dell’uomo ha trasportato da un continente all’altro. Questo innaturale processo di contaminazione ha compromesso la possibilità di vita delle specie autoctone e può far emergere nuove malattie trasmissibili.

Di questo passo nel prossimo futuro la Terra non sarà più vivibile. Stiamo sostituendo fiori, acqua e ossigeno, con cemento, plastica e carbonio in un cieco consumismo autodistruttivo. Se l’iper-produttività per gli indici economici è un dato positivo, per la natura non lo è affatto. È necessario abbandonare l’antropocentrismo con cui perseveriamo nel prosciugare le risorse terrestri. Piani industriali e politiche economiche devono adeguarsi a ritmi ed equilibri naturali. La nostra impronta ecologica sta schiacciando il pianeta. È arrivato il momento di allentare la pressione e far tornare a respirare i polmoni verdi della Terra.

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