La generazione ottimista: il futuro per i ragazzi di 15 anni

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05.08.2025

Tanta fiducia nel futuro, poca nel mondo del lavoro, alto il rischio di disillusione: serve un cambio di passo

In una società dominata dalla sfiducia nel futuro e dalla disillusione, c’è una generazione che guarda avanti con ottimismo, a cui non interessa rischiare di sbattere contro un sistema immobile.

Un ampio studio internazionale OCSE-PISA, condotto nel 2022, e appena pubblicato su Science, raccoglie le opinioni di oltre 387 mila ragazzi/e di 15 anni sulla percezione del loro futuro. Lo studio rivela che, nonostante un contesto economico statico e incerto, condito da un’informazione sistematicamente negativa, i giovanissimi si aspettano di migliorare il loro status sociale e lavorare in posizioni più prestigiose rispetto ai genitori. Lo dimostra il salto tra il punteggio medio attribuito dai ragazzi all’attuale status familiare (6,8) e quello che gli stessi si aspettano di raggiungere a 30 anni (7,8), in una scala che va da 1 (basso) a 10 (elevato). Ma quanto è realistica questa aspettativa?

L’illusione: più disuguaglianze e più ottimismo.

Il paradosso è che l’ottimismo è maggiore proprio in quei Paesi dove le differenze di reddito sono più accentuate e, di conseguenza, le cui economie sono statiche e la mobilità sociale inferiore. Il fenomeno ha un nome preciso: la “curva del Grande Gatsby”, concetto elaborato dall’economista Alan Krueger, che mostra come l’illusione meritocratica sia più forte proprio dove la realtà la smentisce, anche perché attenua quelle dinamiche psicologiche di ansia e stress, più caratteristiche dei contesti con grande incertezza. Non solo, laddove il contesto economico e sociale è più disuguale, l’istruzione viene percepita come un necessario passaggio per accedere all’ascensore sociale: infatti la percezione dell’importanza della scuola in tali Paesi è migliore.

I giovani italiani

I nostri giovani restano fiduciosi, ma crescono in un Paese in cui i salari sono stagnanti da oltre trent’anni e dove le prospettive di carriera dipendono spesso dalle risorse di famiglia. L’Economist l’ha definito il “ritorno all’ereditocrazia”, ed è il segnale che sempre meno si attribuisce all’impegno e allo studio un valore che si traduce in possibilità lavorative: il 29% degli studenti considera la scuola una “perdita di tempo”, segnale di un sistema educativo scollegato dal mondo del lavoro.

Da non sottovalutare anche l’inconsapevolezza del mondo imprenditoriale dato dai social: in un mondo digitale dominato dai guru (spesso fuffa) e da influencer che spuntano come margherite in primavera, non sempre viene assorbito dai giovanissimi quel senso di impegno e sacrificio che una propria attività comporterebbe. Il risultato è una generazione scollata dalla realtà di un mercato sempre più incerto e di un mondo del lavoro sempre più frammentato. E mentre i giovani scommettono sul futuro, gli adulti perdono fiducia nella meritocrazia: solo il 60%, a fronte della media OCSE del 72%, crede nel ruolo dell’impegno per fare carriera. La frustrazione cresce, specialmente nei contesti più svantaggiati, e laddove c’è speranza, il rischio che questa venga disattesa è impellente.

Lo scontro con la realtà

Il giovane ottimista è fortunato, perché più motivato a investire su sé stesso, studiare di più, e favorire il benessere individuale e collettivo. Ma dove l’ottimismo diventa un’arma a doppio taglio? Se è certo che la speranza per il futuro sia un bene prezioso, è vero anche che rende lo scontro con la realtà di più difficile accettazione, con il rischio che la disillusione si traduca in frustrazione.

Serve una risposta forte e collettiva. La retorica del “se ti impegni ce la fai” non basta più e i dati parlano chiaro: dagli anni ‘90 la produttività è rallentata, le differenze di reddito acuite e l’ascensore sociale rotto.

Le soluzioni esistono, ma richiedono coraggio politico, proattività e visione d’insieme, che vada oltre alle scadenze elettorali: investire in un’istruzione di qualità ed al passo con i tempi, in innovazione accessibile, nell’inclusività sociale.

Serve in generale investire sul futuro, con politiche generazionali e non fini a sé stesse. È importante far tesoro di questa fiducia – diciamolo, immeritata – per garantire un presente e un futuro in questo Paese a chi oggi è ottimista. Il disorientamento dalla realtà, con la conseguente frustrazione e la possibile migrazione verso Paesi che offrono condizioni più favorevoli, è un rischio che l’Italia non può più permettersi.

Riccardo Imperiosi, Coordinatore UIL Giovani Toscana

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