Immigrazione: dalla Spagna una scelta di responsabilità che l’Europa non può ignorare

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04.05.2026

La decisione del governo spagnolo di regolarizzare circa 500mila migranti rappresenta un passaggio di grande rilevanza sul piano del lavoro, della legalità e della coesione sociale. Non siamo di fronte a una misura emergenziale, ma a una scelta strutturale che prende atto della realtà: centinaia di migliaia di persone vivono e lavorano già all’interno del sistema produttivo, ma senza diritti, senza tutele, senza riconoscimento.

La zona grigia che alimenta lo sfruttamento

È proprio questa zona grigia che alimenta sfruttamento, lavoro nero e dumping contrattuale. Far emergere queste lavoratrici e questi lavoratori dall’irregolarità non significa concedere un privilegio, ma ristabilire condizioni di equità nel mercato del lavoro. Significa riconoscere diritti e, allo stesso tempo, pretendere doveri. Significa ampliare la base contributiva, rafforzare il sistema previdenziale e restituire trasparenza a interi settori produttivi.

La scelta della Spagna va letta anche in una prospettiva economica e demografica. In un contesto segnato dall’invecchiamento della popolazione e dalla carenza di manodopera, regolarizzare chi già contribuisce all’economia rappresenta una risposta concreta e lungimirante. È una politica che tiene insieme crescita, sostenibilità e giustizia sociale.

In Europa, troppo spesso, il tema dell’immigrazione viene affrontato con approcci emergenziali o esclusivamente securitari. Ma governare i flussi migratori non significa chiudere, significa regolare. Servono canali legali di ingresso, percorsi di integrazione e strumenti di emersione per chi è già parte del nostro tessuto produttivo. Senza legalità non c’è lavoro dignitoso, e senza lavoro regolare non c’è sviluppo.

Riaprire il confronto nel nostro Paese

Per questo ritengo che l’esperienza spagnola debba riaprire con forza il confronto anche nel nostro Paese. In Italia si stimano circa 600mila cittadini stranieri in condizione di irregolarità: una realtà che alimenta caporalato, sfruttamento e illegalità diffusa. Non affrontare questo nodo significa continuare ad accettare un mercato del lavoro distorto, in cui i diritti di alcuni vengono compressi a danno di tutti.

La UIL ha più volte sollecitato l’introduzione di strumenti di emersione ad personam, che consentano di regolarizzare lavoratori già inseriti nel sistema produttivo. È una scelta di civiltà, ma anche di buon senso economico e sociale.

Ridurre l’area del lavoro nero, rafforzare le tutele, contrastare lo sfruttamento e garantire maggiore equità nel mercato del lavoro: questa è la direzione da seguire. Non si tratta di importare modelli, ma di avere il coraggio di costruire politiche strutturate che mettano al centro legalità, lavoro e dignità.

La strada indicata dalla Spagna dimostra che un’alternativa è possibile. Ora spetta anche all’Italia decidere se continuare a inseguire le emergenze o iniziare davvero a governare il cambiamento.

Santo Biondo, Segretario Confederale UIL

Responsabile Servizio Stato Sociale, Politiche Economiche e Fiscali, Mezzogiorno, Immigrazione

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