Il lavoro nei campi tra anzianità della manodopera e un’identità rurale in trasformazione
15.07.2026
Il lavoro nei campi invecchia ad un ritmo sempre più sostenuto e senza precedenti: in dieci anni, dal 2014 al 2024, i braccianti over 60 sono più che raddoppiati superando la soglia critica dei 100mila addetti e arrivando a rappresentare l’11,2% del totale della forza lavoro contro il 5,7% del 2014. La componente “anziana” degli operai agricoli è diventata ‘un pilastro’ che regge quasi il 10% delle giornate totali lavorate, ampliando il divario con i giovani che oltre ad essere sempre meno, tra l’altro, non restano a lungo nei campi. E senza ricambio generazionale il rischio è che il settore perda non soltanto forza lavoro, ma anche competenze, identità produttiva e continuità. Non solo. Continua il calo progressivo delle donne in agricoltura e aumenta l’apporto dei lavoratori stranieri: oggi quasi un operaio su due è nato all’estero.
A fotografare la situazione del lavoro nel settore primario, l’indagine Uila realizzata nel bollettino agricolo curato dal centro studi Cres, che racconta un sistema che se da un lato vede un aumento delle giornate lavorate — fino al record storico di 88,7 milioni nel 2024 — fatica sempre di più a costruire il proprio futuro. Il dato più preoccupante riguarda la fascia tra i 21 e i 40 anni, quella che dovrebbe rappresentare il motore dell’agricoltura di domani, scesa in dieci anni dal 45,2% al 40,6% della forza lavoro. Un calo lento ma costante che rischia di trasformarsi in una frattura strutturale a danno della competitività dell’agricoltura italiana. Un calo, peraltro, non compensato dai giovanissimi, under 20, la cui quota nonostante sia leggermente cresciuta dal 4,2% al 5,3%, rimane ancora marginale nel garantire la continuità del settore.
La resistenza dei lavoratori
I dati mostrano da un lato la resistenza di lavoratrici e lavoratori che continuano a sostenere il settore ben oltre l’età pensionabile, spesso a causa dei salari bassi o perché l’agricoltura funziona da ammortizzatore sociale per chi è stato espulso da altri comparti, mentre dall’altro, segnala l’incapacità del sistema di assicurare un adeguato ricambio generazionale. Il rischio concreto è l’apertura di un vuoto occupazionale difficile da colmare, soprattutto nelle aree più fragili del Paese e nelle filiere ad alta intensità di manodopera. Tuttavia, l’altra faccia della medaglia è il rischio di un vuoto di competenze. La scomparsa dei veterani rischia infatti di portare con sé un patrimonio di professionalità e saperi non trasmessi alle nuove leve, mettendo in pericolo la qualità e il futuro del Made in Italy.
La questione di genere
A questo quadro si aggiunge la questione di genere: la componente femminile dell’agricoltura invecchia più rapidamente e in modo meno sostenibile. Al calo progressivo delle donne si aggiunge la diminuzione della quota delle lavoratrici più giovani, che non entrano oppure abbandonano precocemente il settore. un che, se non invertito, potrebbe rendere la presenza femminile in agricoltura residuale nel giro di pochi anni.
Se si osserva la coorte attiva nel 2017, dopo sette anni il tasso di permanenza delle donne crolla a un esiguo 7,5%, contro il 17,8% degli uomini. In altre parole, la probabilità che una veterana rimanga sui campi oltre i sessant’anni è meno della metà rispetto a quella di un collega maschio. La causa è da attribuire a mansioni che non tengono conto di un carico di cura familiare che grava ancora sulle spalle di donne più mature. Il problema apre a riflessioni in merito a un sistema di welfare rurale mirato e a una profilazione accurata dei compiti. “Il calo costante della presenza femminile in agricoltura è il campanello d’allarme di un mercato del lavoro sempre più declinato al
maschile che non riesce a conciliare le esigenze vita-lavoro e crea nuove barriere d’ingresso e di permanenza, ampliando progressivamente il divario” commenta Enrica Mammucari, segretaria generale di Uila Uil. “È dunque necessario definire un sistema di ‘welfare rurale’ che sia adeguato a rispondere alle specifiche esigenze di genere, con
l’obiettivo di arginare la fuga verso altri settori e rendere il settore più attrattivo, anche per i giovani, e lontano da forme di violenza e sfruttamento che ancora oggi ne caratterizzano alcuni segmenti” conclude Mammucari.
Il lavoro straniero
L’aumento del lavoro straniero, prevalentemente maschile, accentua ulteriormente lo squilibrio di genere. L’invecchiamento della forza lavoro racconta anche un’identità rurale italiana in trasformazione: considerando che oggi quasi un operaio su due è nato all’estero, in dieci anni gli over 60 stranieri sono quasi triplicati, dal 9,1% al 17,1%, con un tasso di permanenza superiore a quello degli italiani (17,6% contro il 15,2%). Questa resistenza può essere dovuta sia a una scelta personale sia a una necessità contributiva: molti lavoratori provenienti dall’estero, arrivati in Italia in età adulta, restano operativi per raggiungere i requisiti previdenziali minimi.
Mentre nel 2017 i veterani dei campi erano per il 90,9% nati in Italia, sette anni dopo ne restano attivi poco più di 10.000 su 70.000. Un vuoto che la manodopera migrante ha colmato, assumendo un ruolo strutturale.
Le politiche di inclusione
“È centrale il tema delle politiche di inclusione e integrazione riguardo ai lavoratori provenienti da altri paesi, indispensabili in un Paese e in un settore che soffrono un progressivo invecchiamento della forza lavoro e una crescente difficoltà nel reperire manodopera” afferma la segretaria generale Uila Enrica Mammucari. “Dopo il permesso speciale per grave sfruttamento lavorativo e l’assegno di inclusione, introdotti dal decreto 145/2024, è necessario prevedere il permesso di lavoro per attesa occupazione per tutti coloro che entrati regolarmente in Italia con i precedenti flussi, sono rimasti intrappolati da un sistema burocratico che li ha resi fragili, esponendoli alle maglie della clandestinità. Stabilizzare questi lavoratori – conclude Mammucari – significherebbe costruire il pilastro di un’agricoltura più giusta, più forte e capace di futuro”.
Ufficio Comunicazione UILA
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