Il caregiver non deve diventare la colonna portante di un welfare povero
17.12.2025
Per la UIL il caregiver non è un “ruolo sociale” da romanticizzare, né un volontariato familiare da normalizzare. È una condizione spesso subita, che nasce dall’assenza o dall’insufficienza dei servizi. Se vogliamo parlare di diritti, allora bisogna dire con chiarezza che la tutela deve poggiare su quattro pilastri, dentro un quadro pubblico e universalistico.
Il primo pilastro è la presa in carico pubblica con integrazione sociosanitaria e assistenza domiciliare rafforzata. Senza potenziare servizi territoriali e continuità assistenziale, ogni norma sul caregiver si riduce a spostare il peso dalle istituzioni alle famiglie.
Il secondo pilastro è la tutela del lavoro: diritto alla conciliazione senza penalizzazioni, contrasto alle dimissioni “forzate”, accesso reale a flessibilità negoziate e non scaricate unilateralmente, protezioni anche per chi oggi è escluso o troppo precario. Non basta “riconoscere” il caregiver: bisogna impedire che la cura diventi la via rapida verso povertà e marginalità.
Il terzo pilastro è la protezione previdenziale e contributiva: la cura non può tradursi in buchi contributivi e pensioni più basse. Qui serve coraggio politico, non formule generiche.
Il quarto pilastro è la tutela della salute del caregiver: perché la cura continuativa consuma fisicamente e psicologicamente, e non si può far finta che basti un “riconoscimento giuridico”. Chi assiste ha bisogno di supporto, sollievo, formazione, accesso ai servizi, non soltanto di una definizione.
Il caregiver non è la colonna portante di un welfare povero
Se davvero vogliamo una legge nazionale, dobbiamo evitare l’errore più grave: trasformare il caregiver nella colonna portante di un welfare povero, diseguale e familista. Una legge giusta non si limita ad allargare la platea “di chi cura”: redistribuisce la responsabilità della cura tra Stato, servizi pubblici, comunità, contrattazione e solo in parte famiglia. E soprattutto finanzia il sistema, perché senza soldi e servizi i diritti restano parole.
L’importanza del welfare pubblico
Questa è la linea che rivendichiamo con nettezza: sì al riconoscimento, ma dentro un progetto di welfare pubblico che non lasci sole le persone e non faccia delle famiglie e delle donne l’ammortizzatore sociale permanente. È evidente che, se manca il Servizio pubblico, il caregiver diventa il tappabuchi permanente. In Italia la cura familiare copre un vuoto strutturale nell’assistenza domiciliare e nella continuità sociosanitaria. È un fatto sociale enorme, ma proprio per questo va affrontato con un principio semplice: la cura non può essere la scorciatoia a costo zero per tenere in piedi ciò che non funziona nei servizi. Le stime sui caregiver oscillano molto proprio per l’assenza di una definizione univoca; diverse analisi ricordano questa criticità e segnalano come l’impostazione italiana, storicamente basata su trasferimenti monetari e frammentazione territoriale, tenda ad accentuare disuguaglianze invece di ridurle.
Diritti sociali esigibili
Ecco perché l’impostazione “inclusiva” fino a ricomprendere chiunque “si prenda cura”, se non è accompagnata da un impianto robusto di diritti sociali esigibili e servizi pubblici uniformi, rischia di produrre l’effetto opposto: diluire responsabilità e tutele, rendere più facile allo Stato dire che “qualcuno si occuperà”, e più difficile garantire a chi assiste davvero e quotidianamente protezioni serie su lavoro, reddito, contributi, salute.
La realtà normativa oggi proposta e in iter parlamentare, prevede tutele parziali, selettive e spesso inapplicabili. Oggi alcuni strumenti esistono, ma sono insufficienti e diseguali. Il congedo straordinario retribuito (fino a due anni) è legato a requisiti stringenti, tra cui la convivenza e un ordine di priorità tra familiari; inoltre riguarda la platea dei lavoratori dipendenti, lasciando fuori troppe situazioni reali di cura continua, soprattutto nel lavoro povero, discontinuo o autonomo. La norma cardine è l’art. 42 del D.Lgs. 151/2001, collegato alla condizione di disabilità grave accertata ai sensi della Legge 104/1992.
Questa è la fotografia: si chiede alle persone di reggere un carico enorme, ma si offre una tutela costruita per casi “ordinati”, non per la complessità della vita. E intanto il costo della cura esplode in termini di abbandono del lavoro, riduzione dell’orario, penalizzazioni previdenziali, impoverimento familiare: una spirale che colpisce soprattutto le donne, come riconoscono anche molte ricognizioni istituzionali sul tema.
Una “legge bandiera”
Quella che ci è stata proposta è una “legge bandiera”, che prevede un riconoscimento formale, zero risorse, massima propaganda. C’è un altro nodo che, come UIL, non possiamo ignorare: l’Italia ha già visto troppe volte leggi annunciate come “storiche” e poi svuotate nei decreti attuativi o nei finanziamenti. La riforma della non autosufficienza e delle politiche per gli anziani (Legge delega 33/2023) è stata seguita dal D.Lgs. 29/2024, che disciplina anche aspetti collegati a caregiver e prestazioni, ma l’impianto resta sperimentale e selettivo su alcune misure e, soprattutto, non risolve il tema decisivo: un sistema nazionale dei servizi e livelli essenziali realmente garantiti. Non è un caso se reti e osservatori della società civile hanno espresso preoccupazioni e chiesto correzioni per evitare che la riforma resti “sulla carta” o rimandi tutto a norme successive. È qui che la narrazione diventa politicamente insufficiente: si celebra il “tavolo”, si invocano “diritti”, si conta quante proposte di legge ci sono, ma non si mette al centro la domanda vera: con quali risorse, quali servizi, quali diritti esigibili e uguali da Nord a Sud? Senza questo, la legge sul caregiver rischia di essere un manifesto, non una tutela.
UIL Servizio Stato Sociale, Politiche Economiche e Fiscali, Immigrazione
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