Elettrodomestico, una crisi di sistema. Electrolux ancora non cambia rotta
10.09.2026
La vertenza Electrolux si inserisce in una crisi molto più ampia che riguarda l’intero settore dell’elettrodomestico. La debolezza della domanda, la agguerritissima concorrenza asiatica paradossalmente favorita da una normativa ambientale europea per molti versi irrazionale, l’incremento dei costi e la riduzione dei margini sono difatti problemi che attanagliano non solo la multinazionale svedese, ma anche altre grandi realtà, a partire da Beko. Il problema è di settore e richiede dunque risposte strutturali, in mancanza delle quali sarà difficile trovare per le singole vertenze soluzioni accettabili anche solo temporanee.
A pagare sono i lavoratori
Nei due giorni di trattativa al Ministero delle Imprese e del Made in Italy, Electrolux ha dettagliato, con alcune modifiche limitate, il piano previsto per ciascuno degli stabilimenti italiani. Gli esuberi complessivi scendono da 1.719 a 1.450, ma a questi si aggiungono 135 lavoratori a termine che non saranno rinnovati. Nel frattempo, tra aprile e agosto, l’organico a tempo indeterminato è già passato da 4.279 a 4.200 persone.
La sostanza del piano
La sostanza del piano, però, non cambia. Resta confermata la cessazione della produzione a Cerreto d’Esi e rimangono molto consistenti gli esuberi previsti negli altri siti italiani.
A Solaro Electrolux punta sulla nuova Iris e sulla lavastoviglie destinata al mercato svizzero, con volumi previsti in crescita dagli attuali 610mila a 710mila pezzi l’anno e 33,7 milioni di euro di investimenti nel biennio. Gli operai addetti alla produzione passerebbero però dagli attuali 534, di cui 35 a termine, a 409 lavoratori a tempo indeterminato, con 90 eccedenze oltre alla mancata conferma dei contratti a termine.
A Susegana il piano concentra la produzione sui frigoriferi da incasso di gamma più alta, con nuovi prodotti, produzioni rivolte al mercato svizzero, internalizzazione del magazzino e un impianto fotovoltaico. Gli investimenti programmati ammontano a 16,7 milioni di euro. I volumi salirebbero inizialmente dagli attuali 540mila pezzi a 620mila nel 2027, per poi scendere a 515mila a regime. Le produzioni delle fasce inferiori sarebbero affidate in conto terzi in Cina. Gli operai a tempo indeterminato passerebbero da 712 a 472, con 240 esuberi.
A Porcia, uno dei siti maggiormente coinvolti dal ridimensionamento, Electrolux conferma la scelta di concentrarsi sulle sole lavatrici, abbandonando le lavasciuga. Sono previste nuove gamme Electrolux e AEG e investimenti per 28,4 milioni di euro, ma i volumi scenderebbero dagli attuali 717mila a 610mila pezzi annui. Gli operai addetti alla produzione passerebbero da 588 a 380, con 208 eccedenze.
Anche a Forlì la riduzione è consistente. Resta la produzione dei forni e circa il 45% dei piani cottura, con investimenti per 11,8 milioni di euro. I volumi passerebbero da circa 1,58 milioni a 1,187 milioni di pezzi. Gli operai a tempo indeterminato addetti alla produzione scenderebbero da 584 a 370, con 214 esuberi, oltre al mancato rinnovo dei lavoratori a termine.
Per Cerreto d’Esi, invece, Electrolux continua a escludere la prosecuzione della produzione e si limita a dichiarare la disponibilità a cercare investitori terzi per una possibile reindustrializzazione.
A questo quadro si aggiungono 620 esuberi negli staff: 76 a Cerreto, 83 a Forlì, 26 a Solaro, 180 a Susegana e 255 tra Porcia e Pordenone, con un impatto particolarmente rilevante sulle attività di ricerca e sviluppo.
Electrolux vuole superare gli accordi sindacali in essere
Ma il confronto non riguarda soltanto gli organici. Electrolux ha ribadito la richiesta al Governo di intervenire su alcune questioni considerate decisive per la competitività del settore, a partire da un’azione in sede europea sulla riforma del CBAM. Allo stesso tempo, però, la stessa azienda riconosce che interventi strutturali di questo tipo non sarebbero comunque sufficienti a colmare completamente il divario competitivo.
È proprio in questo quadro che assume un peso ancora maggiore la richiesta avanzata ai lavoratori. Electrolux vuole infatti superare gli accordi sindacali che oggi fissano, stabilimento per stabilimento, limiti alle cadenze delle linee di montaggio. L’obiettivo è aumentare il numero di pezzi prodotti ogni ora fino a un massimo di 140, a fronte di interventi ergonomici e del rispetto delle saturazioni. Nelle fabbriche verrebbe inoltre stabilizzato l’assetto su un unico turno giornaliero.
Per Fim, Fiom e Uilm la contraddizione è evidente: l’azienda chiede interventi importanti al Governo e sacrifici pesanti ai lavoratori, ma non mette realmente in discussione il proprio piano industriale. La chiusura di Cerreto resta sul tavolo, così come centinaia di esuberi negli altri stabilimenti, mentre sul fronte dell’organizzazione del lavoro la richiesta è sostanzialmente quella di aumentare le cadenze.
È su questo terreno che anche il Governo è chiamato ad assumere un atteggiamento più risoluto e, soprattutto, più concreto. Da una parte deve chiedere a Electrolux di chiarire le proprie scelte sui fondamentali dell’organizzazione del lavoro; dall’altra deve esercitare ogni leva possibile affinché l’azienda riveda profondamente il piano industriale, a partire dalla chiusura di Cerreto d’Esi e dagli esuberi previsti negli altri siti.
Il confronto sindacale come argine ai licenziamenti unilaterali
Finora il confronto sindacale è riuscito a evitare che l’azienda procedesse unilateralmente con i licenziamenti. Ma questo equilibrio non può essere considerato acquisito per sempre. Se non arriverà un cambiamento sostanziale del piano, la situazione potrebbe nuovamente precipitare.
Fim, Fiom e Uilm ritengono quindi esaurita la fase tecnica del confronto e chiedono la riconvocazione urgente del tavolo con il Ministro e con le Regioni interessate. Sono già state proclamate otto ore di sciopero e prosegue lo stato di agitazione. Tra le ipotesi c’è anche una manifestazione nazionale, a Cerreto d’Esi o a Roma, per portare la vertenza su un piano ancora più generale.
Il nodo ormai non riguarda soltanto Electrolux. L’altro grande produttore italiano Beko, per cui è a sua volta convocato un tavolo ministeriale il primo ottobre, mostra segnali sempre più preoccupanti. È evidente che non basta accompagnare le singole ristrutturazioni: serve una risposta che affronti la crisi dell’intero settore e difenda insieme produzioni e occupazione.
Ufficio Comunicazione UILM
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