Ciclone Harry e quelle morti invisibili. Il Mediterraneo non può diventare una fossa comune
27.02.2026
Le mareggiate che hanno investito Calabria e Sicilia in queste settimane, prodotte dal ciclone Harry, non hanno restituito soltanto detriti e devastazione, ma anche corpi. Più di quindici tra le coste calabresi e quelle trapanesi.
Uomini giovani, senza nome. Vite spezzate che il mare ha trattenuto per giorni, forse settimane, prima di riportarle a riva. Ma il dato più angosciante è un altro: il timore che quei corpi siano solo una parte di una tragedia ben più grande. Durante i giorni del ciclone Harry si sono perse le tracce di almeno otto imbarcazioni. Le stime parlano di centinaia di dispersi. Per alcune organizzazioni umanitarie potrebbero essere addirittura un migliaio le persone inghiottite dal mare.
Se fosse anche solo in parte vero, saremmo davanti a una delle più gravi stragi silenziose degli ultimi anni. Una strage senza immagini, senza titoli a caratteri cubitali, senza un momento collettivo di cordoglio.
E c’è un aspetto che non può essere ignorato: in un quadro di forte riduzione degli arrivi sulle nostre coste, il sospetto drammatico è che quella diminuzione non sia dovuta soltanto a un contenimento dei flussi, ma anche all’aumento dei morti in mare. Meno sbarchi non possono significare più vittime. Le percentuali non possono coprire il silenzio delle onde.
Come UIL sentiamo il dovere di dirlo con chiarezza: non possiamo abituarci all’idea che il Mediterraneo diventi una fossa comune invisibile. Non possiamo limitarci a commentare il calo percentuale degli sbarchi se, dietro quei numeri, potrebbe nascondersi un aumento dei morti. Non c’è dubbio che l’abbandono delle politiche di search&rescue da parte delle autorità europee, e la scelta di ostacolare l’azione delle ONG, abbiano avuto come drammatici “effetti collaterali” un aumento delle vittime in mare: 258 morti accertati da inizio gennaio scorso.
Chi affronta quella traversata lo fa quasi sempre per lavorare, per sfuggire a guerre, fame, persecuzioni. Lo fa inseguendo dignità. E la dignità è il valore fondante della nostra azione sindacale.
Per questo chiediamo con forza che venga fatta piena luce su quanto accaduto nei giorni del ciclone Harry. Che si rafforzino le attività di ricerca e soccorso in mare. Che l’Europa assuma finalmente una responsabilità condivisa e strutturale, aprendo canali legali e sicuri di ingresso, sottraendo uomini e donne ai trafficanti e alle tempeste.
Ogni corpo restituito dalle onde è un fallimento collettivo. Ogni disperso senza nome è una ferita alla coscienza dell’Europa.
Non possiamo restare in silenzio di fronte al sospetto che i morti possano essere centinaia. La vita umana non è una variabile statistica. È un valore assoluto.
E su questo, come UIL, non faremo mai passi indietro.
Ufficio Immigrazione UIL nazionale
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