Basta disuguaglianze che colpiscono l’infanzia. I bambini sono il futuro del nostro Paese

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25.02.2026

Mettere al centro i bambini significa mettere al centro il futuro dell’Italia. Per la UIL non è uno slogan, ma una scelta politica precisa: se non si interviene sulle disuguaglianze che colpiscono l’infanzia, si compromette la coesione sociale, si indebolisce il lavoro e si rende ancora più fragile il nostro sistema di welfare.

I numeri ci parlano di un Paese che si sta restringendo e che si divide.

Nel 2023 sono nati solo 379.890 bambini, il dato più basso di sempre

Nel 2023 sono nati solo 379.890 bambini, il dato più basso di sempre. In 340 Comuni italiani non è nato nemmeno un bambino. Le bambine e i bambini tra 0 e 2 anni rappresentano appena il 2% della popolazione e, mentre la quota degli over 65 crescerà fino al 34,5% nel 2050, quella dei minorenni continuerà a diminuire. Questo squilibrio generazionale non è solo una questione demografica: è un problema economico, sociale e produttivo. Meno giovani significa meno lavoro, meno contribuenti, meno crescita.

Troppi bambini in povertà assoluta: il 13,8% del totale

Ma il punto più grave è che i pochi bambini che nascono non partono tutti dallo stesso punto. Oggi 1 milione e 295 mila minori vivono in povertà assoluta, il 13,8% del totale: sono la fascia più povera del Paese. Tra i più piccoli, la situazione è ancora più allarmante: l’8,5% dei bambini tra 0 e 5 anni, circa 200 mila, non può contare su un pasto almeno ogni due giorni. Quasi 1 su 10 vive in una casa non adeguatamente riscaldata. E al Sud e nelle Isole queste percentuali quasi raddoppiano. È qui che si consuma la frattura territoriale che la UIL denuncia da anni: un’Italia a due velocità.

Il lavoro povero

Le disuguaglianze si alimentano anche attraverso il lavoro povero e la perdita di potere d’acquisto.  In quattro anni il costo di beni essenziali come latte e pappe è aumentato del 19%, più dell’inflazione generale. Sono cresciuti i costi dei nidi, delle spese pre-nascita, dei prodotti indispensabili nei primi anni di vita. La denatalità è anche il frutto di politiche del lavoro sbagliate, di una fiscalità iniqua, di un welfare che non riesce a compensare le disuguaglianze generate dal mercato.

Il dato è critico anche in sanità. Un indicatore emblematico di questa frattura riguarda la disponibilità di posti letto in terapia intensiva pediatrica, un servizio essenziale per la sopravvivenza e la cura dei bambini gravemente malati. In Italia esistono solo 273 posti letto per l’intera fascia da 1 a 18 anni, lontani dagli standard europei che raccomandano un rapporto molto più favorevole tra popolazione pediatrica e posti letto.

Questa carenza pari a una mancanza complessiva di circa il 44% dei posti necessari che si traduce in una copertura insufficiente in gran parte del Paese e in una distribuzione profondamente squilibrata: alcune macroaree, come il Sud e le Isole, raggiungono deficit di posti letto superiori al 67% rispetto agli standard, mentre al Nord il gap supera il 42%.

Sei Regioni italiane non dispongono di terapie intensive pediatriche

Ancora più grave è il fatto che sei Regioni non dispongono di alcun posto di terapia intensiva pediatrica: in Sardegna, ad esempio, un bambino che necessita di cure intensive deve essere trasferito urgentemente altrove, con costi sociali e sanitari ingenti per le famiglie e per il sistema stesso.

Queste disuguaglianze non sono dati numerici astratti: rappresentano una discriminazione territoriale, un principio di diseguaglianza nel diritto alla salute che colpisce i bambini in base al luogo di residenza.

La scarsità di servizi pediatrici dedicati si somma a un’altra criticità: la carenza di medici pediatri di base e di libera scelta. Molte famiglie non riescono ad assegnare un pediatra alla propria bambina o bambino, con inevitabili ripercussioni sugli accessi impropri ai Pronto Soccorso e sulla continuità delle cure.

L’accesso alle cure primarie non è un optional: è la base del diritto alla salute, soprattutto nei primi anni di vita, quando la prevenzione, la diagnosi precoce e l’accompagnamento clinico-educativo fanno la differenza nei percorsi di crescita.

I servizi educativi

Anche sul fronte dei servizi educativi le disparità sono evidenti. Solo il 30% dei bambini tra 0 e 2 anni accede al nido, con divari che superano i 30 punti percentuali tra regioni. Gli investimenti del PNRR potranno migliorare la copertura, ma lasceranno ancora indietro molti territori. E non basta costruire nuove strutture se poi mancano le risorse per la gestione e il personale. Per la UIL il nido non è un servizio opzionale: è un diritto educativo e uno strumento decisivo per l’occupazione e per la conciliazione tra vita e lavoro.

Investire nell’infanzia significa investire nel lavoro, nella crescita e nella giustizia sociale. Se continuiamo a risparmiare sui bambini, il prezzo che pagheremo domani sarà molto più alto. Per questo la UIL rivendica una strategia nazionale che metta davvero al centro le nuove generazioni, non come costo, ma come risorsa fondamentale per il futuro del Paese.

UIL – Servizio Stato Sociale, Politiche Economiche e Fiscali, Mezzogiorno, Immigrazione

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