52 anni di Statuto dei Lavoratori, una riforma vera

4' di lettura

20.05.2022

Nella Relazione al DDL sullo «Statuto dei Lavoratori» il ministro del lavoro, il socialista Giacomo Brodolini così si esprimeva: «Il proposito del disegno di legge che il governo si onora di presentare  è di contribuire in primo luogo a creare un clima di rispetto della dignità e della libertà umana nei luoghi di lavoro, riconducendo l’esercizio dei poteri direttivo e disciplinare dell’imprenditore nel loro giusto alveo, e cioè in una stretta finalizzazione allo svolgimento dell’attività produttiva. È convinzione del governo che un vero clima di rispetto della libertà e dignità del lavoro non possa aversi se non potenziando adeguatamente lo strumento di rappresentanza e di autodifesa dei lavoratori, vale a dire il sindacato”.

L’intervento legislativo doveva garantire il potenziamento dell’autonomia collettiva

È questo uno degli snodi più importanti dello Statuto in cui è chiara l’impostazione politica legislativa datagli da Gino Giugni. Il quale considerava sindacato (e contrattazione) i cardini principali del sistema di tutela del lavoro. L’intervento legislativo, quindi, doveva garantire il potenziamento dell’autonomia collettiva, esaltandolo come momento autonomo della vita civile. Lo Statuto fu concepito come un intervento legislativo a carattere sistematico. Non era più circoscritto ad una specifica area tematica, non tanto in una prospettiva regolativa ma di sostegno all’attività del sindacato. Il quale ha avuto, così, il potere di incidere sulle scelte organizzative dell’imprenditore, con un notevole avanzamento rispetto ai tradizionali e generici mezzi rivendicativi.

Le stagioni di lotte e contrattazione, culminate nell’autunno caldo, vedono parallelamente l’evolversi di un’azione legislativa di cui lo Statuto è l’approdo più avanzato. E fu il frutto di una cultura, quella socialista e riformista, che come ammesso da Gian Primo Cella «noi studiosi del movimento sindacale e delle relazioni industriali non abbiamo considerato o valorizzato abbastanza. Una cultura che può essere fatta risalire al “programma minimo” turatiano. E inoltre che plasmava la concezione e l’opera della prima CGdL, in cui emerge il rispetto e la valorizzazione del pluralismo».

Lo Statuto dei Lavoratori quindi, compie cinquantadue anni.

La legge 300, conosciuta come Statuto dei Lavoratori, venne infatti approvata il 20 maggio del 1970. Giacomo Brodolini, Ministro del Lavoro all’interno del secondo governo Rumor, socialista, aveva assunto l’impegno per il progetto di legge sulla materia, ma non lo poté vedere realizzato perché morì l’anno prima dell’approvazione della legge. Decisivo sarà l’apporto del professor Gino Giugni, Presidente della Commissione di esperti incaricati dal Ministro di elaborare il testo. Il voto a favore della legge sarà più ampio della maggioranza parlamentare di centro sinistra. Questo perché lo voteranno anche i liberali, mentre il PCI si asterrà. Lo Statuto darà impulso all’organizzazione del sindacato nei luoghi di lavoro e alla contrattazione aziendale, con legami organici con le strutture sindacali territoriali, di categorie e confederali.

Con la legge 300, finisce la lunga era delle Commissioni Interne, iniziata nel 1906, e comincia quella delle Rappresentanze Sindacali Aziendali (RSA).

Negli anni dell’unità sindacale (1972-1984), la veste giuridica delle RSA fu usate anche per promuovere organismo di base come i Consigli di Fabbrica (C.d.F.), in cui i delegati spettanti in base al numero degli addetti, venivano eletti dai lavoratori invece che solo designati dalle organizzazioni sindacali. Il carattere elettivo dei delegati sarà poi recepito nel 1993 con l’istituzione delle RSU (Rappresentanze Sindacali Unitarie), che succederanno alle RSA. Lo Statuto prevede diritti fondamentali, che cambieranno profondamente il mondo del lavoro e renderanno possibile la grande stagione del sindacalismo italiano: divieto di discriminazioni dei lavoratori, tutela della dignità degli stessi, libertà sindacali, divieto di licenziamenti ingiustificati, assemblea nei luoghi di lavoro, repressione della condotta anti-sindacale.

Lo Statuto dei Lavoratori fu una riforma vera.

Tanto più importante questa legge se consideriamo il vuoto normativo in cui il sindacalismo italiano si trovò ad operare. Ciò anche a causa della mancata piena applicazione della Costituzione per la parte relativa al sindacato e alla contrattazione. I Padri Costituenti avevano in mente un sindacato di diritto pubblico, ma in realtà quello che si realizzò nel dopoguerra fu un sindacato di diritto privato. Lo Statuto dei Lavoratori offrì un quadro giuridico ampio che favorì la sindacalizzazione del grande movimento operaio emerso con l’Autunno Caldo del 1969. L’abuso del termine “riforma” fatto negli ultimi decenni ha spesso fatto smarrire il senso della parola.

Ecco, lo Statuto dei Lavoratori fu una riforma vera. Una grande riforma progressista. Raccolse il meglio di quanto spontaneamente veniva avanti con le lotte sindacali del tempo. Lo ordinò in maniera organica ed equilibrata e mise a disposizione strumenti per dare sbocchi positivi al movimento organizzato dei lavoratori.

 

Roberto Campo e Raffaele Tedesco

 

Articoli Correlati