ZES Unica: la sfida decisiva riguarda la qualità dello sviluppo

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08.05.2026

La lettura dei dati relativi alle autorizzazioni rilasciate nell’ambito della ZES Unica, aggiornata dal Dipartimento per il Sud al 31 marzo 2026, consente di formulare una prima valutazione complessivamente positiva sull’efficacia dello strumento. Il numero crescente di interventi autorizzati, con una quota significativa rappresentata da nuovi insediamenti produttivi, evidenzia infatti una rinnovata capacità di attrazione di investimenti privati nel Mezzogiorno.

Si tratta di un segnale rilevante, che conferma come le misure di semplificazione amministrativa e gli incentivi connessi alla ZES Unica stiano contribuendo a rendere il contesto meridionale più competitivo e dinamico, favorendo sia l’ingresso di nuovi operatori sia l’espansione di realtà già presenti. In particolare, il peso prevalente dei nuovi insediamenti indica una tendenza non limitata al consolidamento dell’esistente, ma orientata alla creazione di nuova capacità produttiva e occupazionale.

Al tempo stesso, l’analisi territoriale mette in luce una distribuzione ancora non pienamente omogenea degli investimenti. La concentrazione delle autorizzazioni in alcune regioni e in specifici poli produttivi segnala la presenza di aree già fortemente attrattive, accanto ad altre che faticano ancora a intercettare in misura significativa le opportunità offerte dalla ZES Unica.

In questa prospettiva, pur nel quadro di un’evoluzione incoraggiante, emerge l’esigenza di rafforzare ulteriormente le politiche di accompagnamento e di riequilibrio territoriale, affinché i benefici della ZES possano estendersi in modo più diffuso e inclusivo a tutto il Mezzogiorno, contribuendo in maniera strutturale alla riduzione dei divari e al rilancio dello sviluppo economico e occupazionale.

Nuovi investimenti

Se guardiamo invece alla tipologia degli interventi, il dato forse più interessante è che oltre la metà delle autorizzazioni riguarda nuovi insediamenti. In totale sono 89, cioè circa il 52% del totale. Questo significa che lo strumento non sta solo accompagnando imprese già presenti, ma sta effettivamente attirando nuovi investimenti.

Gli ampliamenti sono la seconda categoria per importanza, con 62 casi (circa il 36%). Qui siamo di fronte a imprese già attive che decidono di espandere la propria capacità produttiva o logistica.

Le ristrutturazioni (incluse quelle con opere accessorie) sono 17, quindi circa il 10%, mentre le operazioni più “trasformative” – cioè rilocalizzazioni (8 casi) e riconversioni (3 casi) – restano residuali, complessivamente attorno al 2%.

Campania

In Campania si vede una fortissima concentrazione di nuovi insediamenti, soprattutto nell’area napoletana (Nola, Giugliano, Acerra, ecc.). Questo suggerisce un ecosistema già strutturato, probabilmente legato alla logistica e alla distribuzione, che continua ad attrarre nuove imprese.

Puglia

La Puglia, invece, ha un profilo più equilibrato: combina molti nuovi insediamenti con un numero elevato di ampliamenti. Questo indica un tessuto produttivo che non solo attrae nuovi operatori, ma in cui le imprese già presenti continuano a investire e crescere.

Sicilia

La Sicilia mostra una dinamica diversa: qui pesano relativamente di più ampliamenti e ristrutturazioni, mentre i nuovi insediamenti sono meno predominanti rispetto a Campania e Puglia. È un segnale di sviluppo più “interno” che di forte attrazione dall’esterno.

Calabria

La Calabria, pur con numeri bassi, presenta una quota significativa di nuovi insediamenti: è un dato piccolo ma interessante, perché potrebbe indicare un inizio di attrattività in crescita.

Se mettiamo insieme tutti questi elementi, la lettura strategica è abbastanza chiara. Da un lato, lo strumento sta funzionando come leva di attrazione di nuovi investimenti, visto che i nuovi insediamenti sono la componente principale. Dall’altro, però, questa attrazione è fortemente concentrata geograficamente, con due poli dominanti (Campania e Puglia) e il resto delle regioni ancora molto indietro.

In più, si nota un effetto “cluster”: alcune aree – soprattutto nell’orbita di Napoli e Bari – si stanno rafforzando come veri hub industriali e logistici, attirando sia nuove imprese sia espansioni di quelle esistenti.

Un nodo centrale, che per la UIL assume un valore dirimente, riguarda la qualità dell’occupazione generata dagli strumenti di politica industriale territoriale, a partire dalla ZES Unica e dal suo necessario raccordo con le ZLS. Non è infatti sufficiente misurare il successo di queste politiche in termini di numero di imprese attratte o di volume degli investimenti attivati: ciò che deve orientare la valutazione pubblica è la qualità del lavoro che viene creato, in termini di stabilità, diritti, sicurezza e prospettive di crescita professionale.

L’esperienza maturata negli ultimi anni, in Italia e in Europa, mostra con chiarezza come politiche di incentivazione non adeguatamente orientate possano produrre risultati ambivalenti. Accanto all’attivazione di nuove opportunità occupazionali, si possono infatti determinare dinamiche di precarizzazione, compressione salariale e frammentazione contrattuale, soprattutto nei comparti a più alta intensità logistica. È proprio per evitare questo rischio che la UIL ritiene indispensabile qualificare maggiormente l’intervento pubblico, introducendo criteri stringenti che leghino gli incentivi alla qualità del lavoro.

La necessità di una strategia più ampia

In questa prospettiva, la ZES Unica non può essere considerata come uno strumento isolato, ma deve essere collocata all’interno di una strategia più ampia di politica economica e industriale, capace di integrare infrastrutture, logistica, innovazione e sviluppo delle competenze. In tale quadro, il rafforzamento del rapporto con le ZLS diventa un elemento decisivo: queste ultime, infatti, rappresentano un laboratorio avanzato in cui la crescita della logistica può essere accompagnata dalla creazione di nuove professionalità qualificate e da modelli organizzativi più evoluti.

Affinché questo potenziale si realizzi pienamente, è necessario che la qualità dell’occupazione diventi un criterio guida esplicito. Ciò implica, in primo luogo, un legame più forte tra incentivi pubblici e rispetto dei contratti collettivi nazionali di lavoro comparativamente più rappresentativi, della piena regolarità contributiva e delle norme in materia di salute e sicurezza. Le risorse pubbliche devono sostenere esclusivamente modelli produttivi fondati su lavoro regolare, tutelato e dignitoso.

La qualità del lavoro

Al tempo stesso, occorre promuovere la stabilità dei rapporti di lavoro, evitando che le ZES e le ZLS si configurino come spazi di diffusione di occupazione temporanea o a bassa tutela. In questa direzione, può risultare efficace prevedere meccanismi che colleghino una parte dei benefici concessi alle imprese alla creazione di occupazione stabile e alla trasformazione dei contratti precari in rapporti a tempo indeterminato.

Un ulteriore elemento qualificante riguarda il livello delle retribuzioni. La competitività dei territori non può essere costruita sulla riduzione del costo del lavoro, ma deve poggiare sull’innovazione, sulla produttività e sulla valorizzazione delle competenze. In particolare, lo sviluppo integrato tra ZES e ZLS può favorire la diffusione di attività a più alto valore aggiunto – dalla logistica avanzata alla gestione digitale delle filiere – con ricadute positive anche sul piano salariale.

In questo contesto, la formazione assume un ruolo strategico. I processi di trasformazione legati alla digitalizzazione, alla transizione ecologica e all’evoluzione delle catene logistiche richiedono competenze sempre più specialistiche. È quindi necessario accompagnare lo sviluppo delle ZES e delle ZLS con un rafforzamento degli strumenti formativi, a partire dagli ITS, e con la costruzione di filiere integrate tra sistema educativo e sistema produttivo, così da garantire concrete opportunità di crescita professionale.

Non meno rilevante è il tema della salute e sicurezza sul lavoro, che deve rappresentare un elemento qualificante e non comprimibile. La semplificazione amministrativa non può in alcun modo tradursi in un abbassamento degli standard: al contrario, le ZES e le ZLS devono diventare contesti di eccellenza anche sotto questo profilo, promuovendo investimenti in prevenzione e modelli organizzativi avanzati.

Infine, la UIL ribadisce la centralità di una governance partecipata. Il coinvolgimento delle parti sociali nei processi di progettazione, attuazione e monitoraggio è essenziale per orientare lo sviluppo verso obiettivi di qualità e sostenibilità. La contrattazione collettiva, a tutti i livelli, deve essere riconosciuta come uno strumento fondamentale per accompagnare questi processi e garantire una distribuzione equa dei benefici.

In definitiva, la qualità dell’occupazione rappresenta il cuore stesso di una politica di crescita efficace. La ZES Unica, in sinergia con le ZLS, può diventare un potente motore di sviluppo, ma solo se inserita in una visione strategica più ampia e se orientata in modo esplicito alla creazione di lavoro stabile, qualificato e sicuro. Solo così sarà possibile trasformare la crescita degli investimenti in un reale miglioramento delle condizioni di lavoro e di vita delle persone.

Per la UIL

Alla luce delle evidenze analizzate, la ZES Unica si conferma come uno strumento capace di rafforzare l’attrattività del Mezzogiorno e di attivare investimenti privati in misura crescente. Si tratta di un risultato significativo, che va consolidato e accompagnato con scelte coerenti di politica economica e industriale.

Tuttavia, proprio l’evoluzione in atto rende ancora più evidente come il tema non possa essere ridotto a una dimensione quantitativa. La sfida decisiva riguarda la qualità dello sviluppo che si intende promuovere. In questo senso, la creazione di occupazione stabile, tutelata e adeguatamente retribuita deve rappresentare il parametro fondamentale per valutare l’efficacia delle ZES e, più in generale, delle politiche di incentivazione.

Per la UIL, diventa quindi essenziale rafforzare il legame tra risorse pubbliche e qualità del lavoro, condizionando in modo più stringente gli incentivi al rispetto dei contratti collettivi, alla regolarità contributiva, alla sicurezza e alla stabilità occupazionale. Allo stesso tempo, occorre investire con maggiore decisione su formazione, innovazione e infrastrutture, così da orientare gli investimenti verso attività a più alto valore aggiunto.

In questa prospettiva, il raccordo tra ZES e ZLS assume un ruolo strategico. L’integrazione tra questi strumenti può contribuire a costruire filiere produttive e logistiche più avanzate, capaci non solo di attrarre imprese, ma di generare lavoro qualificato e opportunità di crescita professionale. È in questa sinergia che può prendere forma un modello di sviluppo più solido, equilibrato e sostenibile.

Resta infine imprescindibile il coinvolgimento attivo delle parti sociali. Una governance partecipata rappresenta la condizione per orientare efficacemente le scelte, monitorare gli effetti degli interventi e garantire che i benefici dello sviluppo siano equamente distribuiti.

In conclusione, la ZES Unica può rappresentare un pilastro della strategia di rilancio del Mezzogiorno, ma solo se inserita in una visione più ampia e se orientata con decisione alla qualità dell’occupazione. Non basta attrarre investimenti: è necessario che questi si traducano in lavoro dignitoso, stabile e qualificato. È su questo terreno che si misura la reale efficacia delle politiche pubbliche e la loro capacità di produrre sviluppo duraturo e inclusivo.

Quando affrontiamo, poi, il tema dello sviluppo dello strumento, non possiamo non partire da un dato evidente: oggi esiste una forte disomogeneità tra le regioni. Ci sono territori che stanno crescendo più velocemente e altri che invece fanno più fatica. Questo è un elemento che va sicuramente approfondito, ma senza trasformarlo in una contrapposizione o in una lettura sbilanciata.

Il punto è capire cosa sta funzionando meglio dove si cresce di più e, allo stesso tempo, individuare cosa sta rallentando le altre. L’obiettivo deve essere chiaro: portare tutte le regioni nelle condizioni di crescere, rendendo l’espansione dello strumento più equilibrata e coerente. Altrimenti si rischia di dare l’impressione di un intervento che procede in modo casuale, senza una regia vera.

L’esigenza attuale è quella di uscire da una logica di interventi occasionali e rafforzare invece la strutturalità delle politiche, potenziando la cabina di regia attraverso un maggiore coinvolgimento delle parti sociali. Serve una visione più ampia, di medio-lungo periodo, che dia continuità agli strumenti e renda più credibile l’azione pubblica.

Un altro nodo centrale è quello della semplificazione. Oggi gli strumenti di incentivazione sono spesso troppo complessi, poco accessibili e incerti nei tempi. Se vogliamo che funzionino davvero, dobbiamo renderli più semplici, più chiari e più rapidi. La semplificazione non è un dettaglio tecnico: è una condizione essenziale perché gli incentivi siano effettivamente utilizzati.

Accanto a questo, è fondamentale rafforzare la governance. Serve una cabina di regia che non sia solo formale, ma che abbia un ruolo reale di coordinamento e monitoraggio continuo. E dentro questa cabina è importante aprire uno spazio stabile anche alle parti sociali, soprattutto quando si affrontano temi legati al lavoro.

Proprio sul lavoro, va fatto un passo in più. I recenti provvedimenti vanno nella direzione giusta e possono rappresentare un riferimento: i meccanismi di incentivazione devono essere legati in modo chiaro al rispetto dei contratti e alla qualità dell’occupazione. Questo principio va reso stabile e replicato, introducendo una condizionalità esplicita: chi beneficia degli incentivi deve garantire lavoro regolare e contrattualizzato nel rispetto dei contratti siglati dalle organizzazioni sindacali maggiormente rappresentativi.

Infine, serve un monitoraggio più puntuale a livello territoriale. È utile avere una lettura per regione che ci dica come si sta sviluppando lo strumento, ma anche prestare particolare attenzione alle nuove aggregazioni territoriali, dove in alcuni casi si registrano ritardi o vere e proprie mancate partenze. Qui bisogna capire cosa non sta funzionando e intervenire rapidamente per sbloccare le situazioni in stallo.

In sintesi, il punto è tenere insieme tutto questo: ridurre le disuguaglianze territoriali senza alimentarle, rendere gli strumenti più semplici ed efficaci, rafforzare la governance e garantire che lo sviluppo vada di pari passo con la qualità del lavoro.

 

Tabella 1. Autorizzazioni per regione

Regione Numero autorizzazioni % sul totale
Puglia 68 38,0%
Campania 63 35,2%
Sicilia 24 13,4%
Calabria 6 3,4%
Sardegna 4 2,2%
Abruzzo 4 2,2%
Basilicata 1 0,6%
Totale 179 100%

 

Tabella 2. Tipologia di intervento

 

Tipologia di intervento Numero % sul totale
Nuovo insediamento 89 49,7%
Ampliamento 62 34,6%
Ristrutturazione (incl. accessorie) 17 9,5%
Rilocalizzazione 8 4,5%
Riconversione 3 1,7%
Totale 179 100%

 

UIL – Servizio Stato Sociale, Politiche Economiche e Fiscali, Mezzogiorno, Immigrazione

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