Se la locomotiva d’Europa si ferma. La Germania alla prova della crisi

5' di lettura
Mi piace!
0%
Sono perplesso
0%
È triste
0%
Mi fa arrabbiare
0%
È fantastico!!!
0%

11.11.2025

Esiste una parola in tedesco che descrive bene la tentazione che potremmo avere molti di noi leggendo le difficoltà che la Germania sta attraversando: Schadenfreude, il piacere di osservare le difficoltà altrui. Per oltre un decennio, da molti in Italia, Berlino è stata indicata come il modello da seguire per uscire dalla crisi innescata dalla lunga recessione iniziata nel 2008.

Con un debito pubblico elevato, visto come una colpa da espiare, Roma ha dovuto subire, spesso tra l’ilarità mal celata, la disciplina stringente dei conti, riforme strutturali dolorose e giudizi impietosi su un welfare giudicato troppo generoso.

Oggi, però, i ruoli si sono capovolti: è la Germania a mostrare un’economia in affanno, una crescita debole, un’industria automobilistica sotto pressione, un modello che non può più aggrapparsi soltanto all’export e un malessere sociale sempre più evidente. Sarebbe quindi fin troppo facile leggere la situazione attuale come una sorta di legge del contrappasso dantesco, una rivincita per quei Paesi che hanno pagato il prezzo più alto delle politiche economiche di ieri.

Rischi per l’UE

D’altro canto, ciò sarebbe un errore. Non c’è nulla da festeggiare: la crisi della prima economia europea non è un riscatto nazionale, bensì un rischio comune per tutto il continente. Se la locomotiva rallenta, il treno perde velocità. Allo stesso tempo, questa fase ci offre l’opportunità di mettere in discussione un modello economico considerato per anni infallibile. Il mito della competitività fondata sull’austerità fiscale e centralità dell’export ha guidato le scelte tedesche e condizionato le politiche europee. Una narrazione che in Italia abbiamo subito sulla nostra pelle.

Le radici di una crisi

D’altro canto, come denuncia il giornalista del Financial Times Wolfgang Münchau nel suo recente libro Kaput, la crisi tedesca non nasce oggi, né nelle fabbriche dell’acciaio e dell’automotive chiuse o negli indicatori macroeconomici in caduta libera. Le sue radici affondano negli anni dell’apparente trionfo, quando la leadership industriale sembrava garantita per sempre. Il cosiddetto “modello tedesco” veniva celebrato come la formula perfetta per competere nella globalizzazione: manifattura potente, export dominante. Quando il mondo stava cambiando pelle, la Germania ha scelto di non cambiare. È la storia di un capitalismo industriale che ha perso la bussola, convinto che il successo passato fosse sufficiente a blindare il futuro.

Il ritardo nel digitale

Per anni, la risposta a ogni nuova scossa è stata sempre la stessa: più competitività, più efficienza, più surplus. Forte del primato conquistato, Berlino ha continuato a puntare su automotive, acciaio e mercati esteri, ignorando la rivoluzione digitale che si stava dispiegando sotto gli occhi di tutti. La Germania è entrata nel nuovo millennio già in ritardo rispetto alle economie più avanzate, e il divario non ha fatto che ampliarsi. Emblematica la frase di Angela Merkel che, nel 2013, definì Internet “Neuland”, terra inesplorata; nel frattempo, l’iPhone era sul mercato già da sei anni e negli Stati Uniti era già iniziata la stagione dei big data e del Web 3.0. Nel Paese, scuole, imprese e pubblica amministrazione hanno sofferto una cronica sotto-dotazione digitale: la rete in fibra ottica è tra le più arretrate in Europa e nel 2020 solo un terzo degli studenti aveva accesso a una piattaforma di apprendimento digitale, contro una media OCSE del 54%. A questo si è aggiunta una grave miopia sulle potenzialità dell’intelligenza artificiale: nonostante uno dei padri dell’IA, Jürgen Schmidhuber, sia tedesco, il Paese non ha saputo trasformare quell’eredità in un ecosistema innovativo e competitivo a livello globale. Poche start-up e sottocapitalizzate, ritardi accumulati nella trasformazione digitale, distanza sempre più ampia dagli Stati Uniti e dalla Cina.

L’errore di rinviare gli investimenti a favore dell’export

Il boom che ha seguito la crisi dell’euro, alimentato da un cambio debole e da una compressione salariale che ha gonfiato artificialmente la competitività tedesca, ha finito per mascherare a lungo le fragilità strutturali del modello industriale nazionale. La Germania ha continuato a rinviare investimenti su digitalizzazione e innovazione, a concentrare la propria prosperità sulle esportazioni: negli anni 2010 gli avanzi di conto corrente hanno superato l’8% del PIL, livelli eccezionali per un’economia di tali dimensioni. I media celebravano un nuovo Wirtschaftswunder, ma proprio in quella fase venivano prese alcune delle decisioni più sbagliate, a cominciare dalla dipendenza strategica dal gas russo a basso costo. Oggi la domanda è inevitabile: quanto può ancora durare una potenza industriale moderna sostenuta da infrastrutture tecnologiche obsolete, mentre la transizione verde e l’IA stanno riscrivendo le regole della competitività globale? La Germania si trova di fronte a una sfida esistenziale: reinventare un modello produttivo nato nel Novecento o rischiare di essere superata da economie più agili e pronte al futuro.

Difatti, prendendo in prestito le parole dell’economista Edmund Phelps, Berlino è entrata in una structural slump: non una crisi ciclica, ma un declino strutturale. I cicli di espansione e contrazione dell’economia torneranno, ma la stagnazione di fondo resterà a meno che non si cambi il modello stesso. E il cambiamento deve partire da una nuova narrazione economica, che non riduca tutto alla sola competitività.

Austerità al capolinea

La crisi tedesca è il segnale che il ciclo dell’austerità e della competizione interna all’Europa è arrivato al capolinea. È il momento di rafforzare il modello economico e sociale europeo, senza scaricare i costi delle transizioni sui più deboli e sacrificare i lavoratori sull’altare dei surplus commerciali o delle regole di bilancio, ma che rimetta al centro investimenti, innovazione, qualità del lavoro e crescita inclusiva. Una politica industriale europea comune, capace di sostenere la transizione ecologica e digitale, non è più un’ambizione teorica ma una condizione necessaria.

Dipartimento Internazionale UIL

 

Articoli Correlati