Quando lo sport non unisce i popoli: Olimpiadi di Melbourne 1956.

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11.03.2022

Il 1956 è stato un anno i cui avvenimenti hanno segnato la storia in maniera indelebile. Oltre La rivolta degli operai a Poznam, in Polonia, repressa nel sangue dal generale sovietico Konstantin Rokossovsky, la nazionalizzazione del Canale di Suez da parte dell’Egitto di Nasser, con conseguente occupazione di quel territorio da parte di Gran Bretagna, Francia e Israele, è in questo anno, infatti, che si tenne il famoso XX Congresso del PCUS, all’interno del quale Nikita Kruscev denunciò i crimini di Stalin. Ma, purtroppo, gli entusiasmi suscitati, rispetto ad un fatto che di per sé faceva pensare ad un cambio di rotta della dittatura sovietica, vengono subito annichiliti dall’invasione in Ungheria da parte delle truppe del Patto di Varsavia. Gli ungheresi, sotto la guida del loro presidente Imre Nagy, si ribellarono all’oppressione di Mosca chiedendo libertà, ma vennero duramente repressi dai carri armati dell’URSS in un bagno di sangue. Lo stesso Nagy fu giustiziato, con parere favorevole anche di Palmiro Togliatti.

Il 1956, fu l’anno anche delle Olimpiadi di Melbourne, che avrebbero preso il via il 22 novembre. Gli ungheresi erano (e sono tutt’ora) dei veri fenomeni nella pallanuoto. E tale primato fu confermato nelle prime partite del torneo olimpico.

Per quegli “scherzi” beffardi della storia, quando i magiari arrivarono in semifinale, si trovarono di fronte la rappresentativa dello stato che aveva, pochi giorni prima, invaso la loro terra: l’Unione Sovietica. E quell’ incontro, che assumerà tutti i tratti drammatici tipici dell’odio e del risentimento, sarà ricordato come la partita del “Blood in the water”.

Le tribune erano stracolme di spettatori ed il clima era incandescente, anche per il fato che la maggior parte dei presenti era di origine ungherese. I giocatori sovietici, dal canto loro, avevano immensa stima e rispetto sportivo per i maestri ungheresi, da cui avevano imparato tutto sulla pallanuoto, diventando anch’essi dei grandi giocatori.

Ne uscì un incontro dai colpi proibiti, in un catino infuocato in cui le gesta sportive passarono in second’ordine. Pugni e calci segnarono il viso degli atleti, che persero molto sangue, colorando con le tinte dell’odio l’acqua in cui lo sport doveva essere vettore di fratellanza.

L’Ungheria vinse 4-0, ma pare che l’arbitro, in tutto quel trambusto, non fischiò neanche la fine della partita. Poi, in finale, la compagine magiara si aggiudicò la medaglia d’oro battendo la Jugoslavia per 2-1.

L’incontro si giocò il 6 dicembre del 1956. La Rivoluzione ungherese, ufficialmente, era finita tragicamente l’11 novembre. Alcuni atleti non misero mai più piede nella loro terra natale. Esempio seguito da un altro mito dello sport ungherese e mondiale: la squadra di calcio dell’Honved del fuoriclasse Ferenc Puskas, da tutti considerato tra i più formidabili calciatori della storia. Molti suoi elementi, infatti, e tra cui lo stesso Puskas, decisero di non far ritorno in una patria schiacciata dal tallone di ferro della dittatura comunista, mentre giocavano in trasferta una partita valida per la Coppa dei Campioni.

Di Raffaele Tedesco

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