Crisi industriali, l’emergenza non arretra: oltre 50mila metalmeccanici coinvolti

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24.09.2026

Settantasei vertenze aperte, oltre 50mila lavoratori metalmeccanici direttamente coinvolti e un numero ancora più grande se si considera l’indotto. È questa la fotografia con cui l’industria italiana entra nell’autunno.

Una fotografia che non parla di un’emergenza in via di soluzione, ma di difficoltà che si stanno allargando e che ormai attraversano intere filiere produttive. Nell’estate del 2024 i tavoli di crisi censiti dalla Uilm erano 52. Oggi sono 76, con un incremento del 46% in poco più di due anni. Nel 62% dei casi riguardano imprese metalmeccaniche.

La mancanza di una politica industriale

Dentro questi numeri ci sono alcune delle grandi questioni industriali del Paese. C’è l’ex Ilva, una vertenza che da anni attende una soluzione industriale definitiva. C’è l’automotive, alle prese con il calo dei volumi, la transizione tecnologica e una crescente sofferenza dell’indotto. Ci sono gli elettrodomestici, la siderurgia, la meccanica e aziende che subiscono sempre più pesantemente la competizione internazionale.

Il filo che lega situazioni tanto diverse è la mancanza di una politica industriale nazionale ed europea in grado di governare i cambiamenti e anticipare le crisi, anziché limitarsi a intervenire quando sono già esplose.

Quegli investimenti rinviati

Sono questioni che poniamo da tempo. Ex Ilva, Electrolux, automotive e telecomunicazioni possono sembrare dossier lontani tra loro, ma hanno una radice comune: si arriva troppo spesso ai tavoli quando le aziende sono già in difficoltà, i volumi sono diminuiti, gli investimenti sono stati rinviati e migliaia di lavoratori sono entrati negli ammortizzatori sociali. A quel punto resta soprattutto da gestire l’emergenza. Ed è difficile parlare di riduzione delle crisi industriali soltanto perché diminuisce il numero dei tavoli formalmente aperti al Ministero.

Non condividiamo la lettura del governo

Il Mimit presenta infatti un quadro differente, sostenendo che dall’inizio della legislatura le vertenze attive sono diminuite. È una lettura che non condividiamo, innanzitutto perché dipende dai criteri utilizzati per stabilire quando una crisi possa essere considerata conclusa. Nel conteggio ministeriale possono uscire dal perimetro delle crisi attive anche situazioni che, dal punto di vista industriale e occupazionale, sono tutt’altro che risolte. E per il sindacato non può essere considerata una crisi superata quella di un’azienda fallita, né può bastare l’archiviazione amministrativa di un tavolo quando sono venuti meno produzione e posti di lavoro.

È per questo che continuiamo a considerare come punto di riferimento quello che i nostri stessi lavoratori, ogni giorno, ci raccontano.

L’ex Ilva e l’automotive

L’ex Ilva rappresenta il caso più evidente. Il futuro della più grande acciaieria italiana resta una questione nazionale non soltanto per i lavoratori direttamente coinvolti, ma per le conseguenze che un ulteriore ridimensionamento avrebbe sull’intera manifattura. L’acciaio alimenta automotive, meccanica, cantieristica, elettrodomestico: quando si indebolisce un settore di base, la crisi si trasmette inevitabilmente lungo tutta la catena produttiva.

Lo stesso vale per l’automotive. La transizione verso nuove motorizzazioni procede mentre gli stabilimenti italiani continuano a fare i conti con volumi insufficienti e un utilizzo ridotto degli impianti. Dietro le grandi fabbriche c’è poi una filiera di componentistica che rischia di pagare un prezzo ancora più alto e meno visibile.

L’Electrolux

Negli elettrodomestici resta aperta la difficile partita Electrolux, dopo la presentazione di un piano con oltre 1.700 esuberi a livello europeo e centinaia di posti coinvolti in Italia. A settembre riprenderà il confronto. Restano inoltre dossier come Acciaierie Valbruna, con circa duemila lavoratori tra Vicenza e Bolzano, e Peg Perego, dove circa 300 addetti devono fare i conti con le difficoltà del mercato e con una concorrenza asiatica sempre più forte.

Non sono episodi scollegati. Sono i segnali di un sistema produttivo che sta attraversando contemporaneamente trasformazioni tecnologiche, energetiche e geopolitiche profonde senza che a queste corrisponda ancora una strategia industriale altrettanto forte.

Non basta convocare un tavolo quando arrivano gli esuberi. Serve decidere prima quali produzioni il Paese vuole mantenere, quali settori considera strategici, dove intende investire, come accompagnare la transizione e quali strumenti mettere in campo per impedire che a pagare siano ancora una volta i lavoratori. Perché le crisi industriali non si chiudono cancellandole da un elenco. Si chiudono quando tornano gli investimenti, cresce la produzione e i lavoratori possono guardare al futuro senza temere per il proprio posto di lavoro.

Ufficio stampa UILM

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