Architettura ostile: il fenomeno delle città sempre meno inclusive

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23.06.2022

“Diritti”: un termine sempre più inflazionato. Ogni giorno c’è una rivendicazione; ogni giorno un mare in tempesta di voci chiede rispetto per la propria persona, per il proprio lavoro, per le proprie condizioni di vita. Farsi ascoltare, però, non è semplice. C’è di più: esiste un discreto numero di esseri umani afoni, i cui diritti vengono calpestati continuamente e senza colpo ferire. La loro è una voce in bianco e in nero, come nei film di una volta. Tra questi, quelli che subiscono gli effetti del cosiddetto fenomeno dell’architettura ostile.

COS’È L’ARCHITETTURA OSTILE

Si tratta di un fenomeno che affonda le proprie radici negli anni ’70, basato, all’epoca, sulle teorie di prevenzione del crimine attraverso la progettazione ambientale dal criminologo C. Ray Jeffery. Il suo obiettivo era quello di ridisegnare l’urbanistica e la vivibilità degli spazi.

All’inizio degli anni 2000, l’espressione ha assunto nuove tinte: da allora si parla di architettura ostile per definire la progettazione e l’uso efficace dell’ambiente urbano per evitare crimini, ridurre la paura della delinquenza e, contestualmente, andare a migliorare la qualità della vita.

Espressa in questa forma, la definizione sembra incontrare le esigenze dei cittadini. Di chi effettivamente abita gli spazi. Eppure, c’è un’ombra fitta che incombe su chi, invece, vive le strade e non come lo si intenderebbe convenzionalmente. Parliamo di clochard, persone con disabilità, bambini che guardano il mondo con occhi nuovi e non ne conoscono le insidie. A questo punto ci si chiede perché: come mai si arriva all’urbanistica ostile e scarsamente inclusiva?

Per indagare le cause e comprendere appieno le controversie che da diversi anni animano il dibattito sulla questione, dobbiamo riportare degli esempi di architettura ostile. Strutture che impediscono ai senzatetto di trovare riparo o di potersi sedere, i cosiddetti spuntoni anti-senzatetto; panchine con braccioli di ferro o con divisori che rendono impossibile coricarsi; portabici disposti in modo da impedire passaggi o stazionamenti; mancanza di adeguate strutte atte ad agevolare, anzi a rendere possibile, il passaggio alle persone disabili. Costruzioni inospitali e pericolose per i bambini.

Si preferisce quindi “il bello”, “il pulito” al rispetto dei diritti? Non si può rispondere a questa domanda con un secco “sì”. Sarebbe ingiusto; tuttavia, è chiaro che qualcosa non va come dovrebbe.

LE CONSEGUENZE DELLE CITTÀ POCO INCLUSIVE

Di fondo, le problematiche da approfondire sono due e di ordini diversi. Si incontrano entrambe sulle strade impervie dell’etica e della morale, ma offrono spunti di riflessione distinti. Da un lato si ritiene che in questo modo vengano favorite le divisioni sociali, che la città diventi un luogo disagevole e grigio. Dall’altro, il nuovo design urbano, condiviso anche da molti capitali del mondo, metterebbe, secondo alcuni pareri, i cittadini nella condizione di vivere gli spazi con l’ansia, la paranoia del “tutto uguale”. A trarre queste conclusioni sono sociologi e filosofi contemporanei.

Limitare i soggetti più deboli nella propria libertà, ridistribuire gli spazi imponendo barriere, purtroppo, è il modus operandi di molte amministrazioni, nazionali e internazionali. Può essere apprezzabile ridurre le condizioni di degrado di alcune città, ma non se nel farlo vengono lesi i diritti delle persone. È una questione di priorità: il libero arbitrio permette di scegliere se minare alla dignità degli esseri umani, soprattutto quelli più fragili, o se fare un passo indietro e scegliere di passare dall’altro lato della barricata. Quello giusto.

Perché le mobilitazioni che hanno avuto maggiore eco, in Inghilterra, negli Stati Uniti e talvolta anche nel nostro Paese sulla questione, erano mosse da sentimenti giusti. Nella loro partecipazione c’era e c’è una richiesta: ascoltare le loro voci e quelle di chi l’ha persa, anzi a cui è stata negata.

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