Gli stipendi non bastano più. Cresce il malcontento tra i lavoratori

bassi salari

In Italia le retribuzioni non crescono. Gli stipendi sono bassi rispetto al costo della vita. L’esplosione dell’inflazione ha esasperato una situazione già difficile, alimentando il disagio collettivo di lavoratori dipendenti e pensionati.  Le retribuzioni sono sostanzialmente ferme da anni. La crescita dei salari italiani, secondo uno studio dello Svimez, è stata di soli 3 punti percentuali dal 2008, contro i 22 della media dell’Unione europea.

Povertà e lavoro, un fenomeno sempre più diffuso  

Il fenomeno dei “working poor”, poveri nonostante il lavoro, si sta estendendo a macchia d’olio. Il peso del caro energia e dei prezzi sempre più alti di beni e servizi quotidiani sta mostrando la corda di un sistema che per anni ha sofferto le conseguenze della spirale negativa “bassi salari – bassa produttività”. Da sempre immaginati come disoccupati o inoccupati, i nuovi poveri un lavoro ce l’hanno. Ma non di qualità. Le categorie più fragili sono ovviamente le più colpite. Donne, giovani, meridionali. Non riguarda, però, solo loro: il problema dei bassi salari interessa, ormai, larga parte delle lavoratrici e dei lavoratori. Senza retribuzioni dignitose, assolutamente precari o incastrati nel part-time involontario.

Sono quasi 2,7 milioni i lavoratori che pur di lavorare, accettano di farlo per poche ore. Cercando, nel contempo, di arrotondare con lavoretti, magari su piattaforma digitale alimentando il fenomeno del caporalato digitale o, peggio, a nero e i rischi sulla salute e la sicurezza.

Il malcontento è diffuso.

Uno studio delle Acli certifica che quasi la metà dei lavoratori trentenni è ai limiti dell’autosufficienza, con retribuzioni tra 8 e 16mila euro.  E non va meglio con l’avanzare dell’età. Sempre lo studio citato lancia un allarme da non ignorare: il lavoro dipendente più stabile e continuativo nella fascia 30-39 fatica ad “assicurare un’esistenza libera e dignitosa”.

Non è una situazione nuova, ma dopo la pandemia la consapevolezza della fatica di lavorare senza uscire da una situazione di povertà è diventata insopportabile. E lo è diventata ancora di più con la crisi dovuta alla guerra e al caro energia. Un peso eccessivo da sostenere. Il malcontento aumenta ed è sotto gli occhi di tutti. Molti scelgono di abbandonare quel posto di lavoro mal pagato, in cerca di opportunità migliori.

Disaffezione al lavoro

Ci si scandalizza sempre quando si leggono notizie di aziende che offrono lavoro, senza, però, riuscire a trovare personale. Salvo poi verificare che l’offerta è di poche centinaia di euro, per un lavoro full-time, per pochi mesi e magari anche gravoso. Secondo un’indagine di Legacoop e Ipsos per il 65% degli italiani il motivo del disallineamento tra domanda e offerta di lavoro risiede proprio negli stipendi bassi. Per 9 intervistati su 10 il lavoro è una fonte di reddito, prima di tutto. E sono in tanti a sostenere l’idea di un salario minimo che migliori la situazione generale.

Il salario minimo è la soluzione?

Il dibattito è acceso. Il salario minimo, presente in molti Paesi europei può apparire come la soluzione ai malanni retributivi. Non è esattamente così.  È bene ricordare che il sistema contrattuale italiano garantisce già i cosiddetti “minimi sindacali”. Tanto è vero che per abbassare i costi del lavoro le aziende ricorrono, come detto in precedenza, al part-time involontario. La contrattazione e i contratti nazionali rappresentano il perno delle relazioni industriali. Ed è da questo punto fermo che si deve partire per stabilire non solo l’aspetto economico, ma anche tutti gli altri diritti dei lavoratori. Cosa che con il salario minimo non viene garantita.

La soluzione, quindi, è nella contrattazione. Rinnovare i ccnl di tutte le categorie, in modo da migliorare sia la parte economica del lavoro, sia quella normativa, cioè i diritti garantiti. Estendere e applicare i contratti nazionali a chi per una ragione o per un’altra ne è tagliato fuori. Superare il precariato. Riorganizzare il lavoro in un’ottica di futuro. La contrattazione è la via principale per sbrogliare la matassa e uscire fuori da quella spirale negativa di bassi salari e bassa produttività che tiene alla corda l’economia italiana. Bisogna tagliare questo peso e spiccare il volo.

 

 

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