Intercultura. Studiare e crescere all’estero per tornare e cambiare il mondo

Intercultura

Partire per un anno lontana da casa a diciassette anni non è per niente facile, ma se fossi rimasta in Italia, non avrei mai conosciuto un mondo nuovo e scoperto me stessa”. A scriverlo è Costanza che racconta la sua storia di un anno trascorso in Messico tramite Intercultura, il programma di scambio culturale dedicato agli studenti delle superiori con la finalità di un arricchimento reciproco.

Insieme a Costanza, sono migliaia gli studenti che sono partiti dall’Italia per trascorrere un anno di studio all’estero, ospiti di una famiglia e di un sistema scolastico completamente diverso da quello italiano.

Giulia, 16 anni, da Palermo si è trasferita ad Hong Kong. Ora frequenta una scuola ad un’ora di distanza dalla sua casa e si deve svegliare alle 05.50 per essere in tempo a lezione. Deve portare la divisa e i capelli legati, l’integrazione è lenta e faticosa, ma per il compleanno tutta la classe ha festeggiato con lei.

Pan dalla Thailandia è arrivato a Udine. Ha scelto l’Italia perché il cibo è buono, la gente bella e aveva il sogno di visitare Venezia.

Ludovica ha ancora ben presente l’ultimo suo giorno a casa prima di partire per il Cile. Con il ricordo della sua cameretta in tasca è partita da sola, ma ha trovato una famiglia ad aspettarla e il suo primo giorno di scuola è stata accolta con palloncini e torte.

Ognuno di loro ha lasciato un luogo sicuro e familiare per conoscere il mondo e tornarne arricchito.

Il programma Intercultura pone le sue fondamenta molto lontano.

In Italia è arrivato dopo la Seconda Guerra Mondiale, ma le sue origini sono di qualche decennio prima, quando in Francia, nel 1915, un gruppo di giovani volontari americani diede vita ad un’organizzazione umanitaria denominata American Field Service (AFS) per prestare soccorso ai feriti nei campi di battaglia.

Da Parigi si sono spostati seguendo l’esercito degli alleati in Medioriente, Nordafrica, Kenya, Birmania. È iniziata così la “contaminazione” culturale.

Nel 1943 giungono in Italia per prestare soccorso laddove serve e, una volta finita la Guerra e iniziata la ripresa, avviano il programma di scambio per i liceali di tutto il mondo con l’obiettivo di costruire ponti.

AFS Italia nel 1977 diventa “Intercultura”. Il cambio di nome porta con sé un obiettivo molto forte: non promuove solo scambi tra gli studenti, ma favorisce attraverso l’educazione interculturale la crescita di generazioni più sensibili al rispetto della pace in ogni luogo.

Solo in Italia sono oltre 5000 i volontari che sostengono tutto il progetto, mentre per l’intera rete AFS sono oltre duecento. Di fatto rappresentano la più vasta rete di volontariato dedicata alla promozione e al sostegno degli scambi culturali.

Scegliere di lasciare gli affetti, la casa, la scuola e i luoghi sicuri può far paura, soprattutto a sedici anni. Ciò non toglie che come dicono Costanza, Giulia, Pan o Ludovica quello che uno ha se lo porta dietro, ma quello che riporta è una cultura diversa, un accrescimento personale, uno sguardo ampio che nel futuro potrà fare la differenza.

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