Usb- c, verso l’acquisizione di uno standard comune

Connector realistic. Cable plug for devices charging and connection mobile wire lightning usb type-c vector set. Usb plug for connection phone, wire or cable connect illustration

Recentemente mia madre, classe 1959, ha acquistato, controvoglia, un nuovo pc. Il suo, che girava ancora con Windows 7, non riusciva più (povero!) ad affrontare le nuove giornate digitali.

Il nuovo pc, piccolo, performante, veloce ha creato un cortocircuito in chi, come mia madre, non cambiava tipologia di pc (e di lavoro sul pc) dal 2008, e forse anche prima. E ciò non solo per le nuove interfacce, il sistema cloud o per tutte le “diavolerie” (parole sue) dei nuovi Notebook, ma soprattutto perché le uniche porte Usb sono di tipo “c”. Diverse, insomma, dall’ormai obsoleta porta Usb tipica delle pennette, dei dispositivi esterni sia i più datati, sia i più nuovi. Al breve psicodramma è però seguito un sospiro di sollievo, quando ha capito che avrebbe potuto utilizzare anche il cavetto dello smartphone per trasferire dati e file.

Questo piccolo aneddoto familiare cela un discorso più grande e generale che non ricade semplicemente nell’utilizzo quotidiano di chi non è proprio super informato sulle novità del mondo Tech. La questione tocca ambiti più delicati e complessi come la riduzione dei rifiuti elettronici, la competitività del mercato, il sistema più generale dell’innovazione tecnologica.

Quello di mia madre, insomma, è stato uno straniamento abbastanza tipico di chi ha a che fare con una qualsiasi forma di digital devide che cela un problema generale, quello dell’uniformità dei formati e degli standard di connettività tra macchine. Un problema che è al vaglio dell’UE.

La Commissione Europa, come detto, sta affrontando l’argomento e ha proposto di uniformare i connettori dei dispositivi mobili, smartphone, pc, tablet ecc, al formato Usb-c.

La direttiva Ue punterebbe a definire uno standard universale, consentendo l’interoperabilità dei dispositivi. Un solo cavo, sarebbe dunque in grado di “servire” dispostivi differenti per ricaricarli o connetterli ad altre macchine. Il risparmio è di circa 250 milioni di euro l’anno.

Una soluzione, questa, che faciliterebbe la vita dei consumatori, e, cosa non irrilevante, ridurrebbe i rifiuti elettronici.  I benefici ambientali si traducono in un calo di circa 180mila tonnellate di CO2 delle emissioni di gas utilizzate per la produzione, l’uso, il trasporto dei caricabatteria.

Sul fronte consumatori, la direttiva consentirebbe di poter scegliere se acquistare un prodotto con un nuovo caricabatteria o meno. È prevista anche l’armonizzazione delle tecnologie e la velocità di ricarica rapida.  La misura non impatterà sulla ricerca delle aziende che mirano a produrre dispositivi con ricarica wireless. Una soluzione ambivalente nell’interesse dei consumatori e della sostenibilità ambientale della produzione dei dispostivi. Basti ricordare che nell’area euro, sono stati venduti circa 420 milioni di telefoni cellulari e altri dispositivi elettronici portatili con relativi caricabatteria. Per questi ultimi la spesa stimata è di circa 2,4 miliardi di euro l’anno per i dispositivi di ricarica non compresi nell’acquisto dei dispositivi elettronici.

I tempi di attuazione sono però lunghi: la direttiva al momento solo proposta, dovrà passare all’esame del Parlamento Europeo e del Consiglio Ue che dovranno adottarla secondo la procedura legislativa ordinaria. Dalla data di adozione, ci sarà un periodo di adattamento lungo due anni, durante il quale le aziende potranno adeguarsi alle indicazioni.

Gli obiettivi della direttiva non potranno essere attuabili, insomma, prima del 2024.

 

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